Rigore: una trappola
Alternatives
Economiques, N° 292 - Giugno 2010
Differenza dei tassi sui titoli pubblici in
rapporto alla Germania, dal 2008 al 2010

Niente primavera nella zona euro. I ministri delle finanze hanno
passato tutti i loro fine settimana di Maggio assieme per tentare di
tirare fuori la moneta unica dal ciclone nella quale la tengono i
mercati finanziari. La loro diffidenza all'inizio ha riguardato sullo
Stato più fragile della zona - la Grecia – colpevole d'avere fatto
“maquillage” dei suoi conti pubblici. Successivamente è stato il turno
di altri Stati membri, come Portogallo, Irlanda e Spagna, la cui
capacità di fare fronte alle proprie necessità finanziarie ha perduto
quell'evidenza che aveva prima della crisi. Le preoccupazioni si sono
poi estese dagli Stati alle Banche europee, che detengono grosse
quantità di titoli pubblici, cosa che ha rinnovato la minaccia di un
nuovo blocco del credito come nell'autunno 2008. La stessa fiducia nella
moneta unica sembra essere stata scossa, e l'euro è stato in caduta
libera per tutto il mese di maggio.
Tre reazioni per calmare i mercati
Si doveva dunque colpire duro per placare i timori degli investitori.
Le autorità hanno reagito su tre fronti. Anzitutto gli Stati membri
hanno finalmente affermato la loro solidarietà collettiva di fronte alle
difficoltà di uno di loro. L'hanno fatto all'inizio per la Grecia,
approvando lo scorso 2 maggio dopo mesi di tergiversazioni un piano di
sostegno finanziario preciso e massiccio di 110 miliardi di Euro, dei
quali 30 conferiti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Dato che tutto questo però non è stato sufficiente per calmare i
mercati, è stata tirata fuori l'artiglieria pesante: il 10 maggio hanno
dato il via ad un Fondo europeo di 750 miliardi di Euro (dei quali 250
miliardi conferiti dallo FMI) per prestare agli Stati che avrebbero
avuto difficoltà a finanziarsi. Altra novità per una Unione europea che
si è sempre rifiutata di ricorrere al prestito: le risorse di questo
fondo proverrebbero non già direttamente dalle tasche degli Stati
membri, ma sarebbero presi in prestito sui mercati, con la garanzia
degli Stati. In tutto, l'ammontare che è possibile mettere il moto
equivale ai bisogni di finanziamento programmati degli Stati Greco,
Portoghese, Irlandese e anche Spagnolo fino al 2013.
Secondo asse d'intervento: la Banca Centrale Europea (BCE) ha dato il
suo contributo annunciando che potrà d'ora in poi riacquistare i titoli
del debito degli Stati – solo sul mercato secondario (*)
- cosa questa che si è sempre rifiutata di fare fino ad oggi. La BCE si
riserva dunque la possibilità di intervenire direttamente su questi
mercati, mentre prima questo suo intervento avveniva solo indirettamente
attraverso il rifinanziamento di danaro fresco accordato alle Banche in
cambio di titoli del debito pubblico.
Come contropartita di questa solidarietà europea, infine, si esige un
rigore drastico rigore da parte dei paesi in difficoltà. In effetti, né
gli altri Stati membri né la BCE sono disposti a rifornire a fondo
perduto degli Stati dalle tasche bucate. Li si può capire: alla lunga, è
la credibilità degli Stati della zona e di quelli della moneta unica che
sarebbe intaccata.
Questo triplice dispositivo ha calmato i mercati ... ma solo un po'.
I tassi di interesse chiesti alla Grecia si sono allontanati dalle vette
raggiunte all'inizio di Maggio, ma restano a livelli proibitivi. Il
prestito di soldi si è sensibilmente rincarato anche per il Portogallo ,
l'Irlanda, la Spagna e l'Italia, rispetto alla Germania e la Francia. Le
somme colossali che la BCE è costretta a prestare alle Banche sono
testimonianza di una persistente diffidenza tra di loro. Le Borse sono
cadute, e l'Euro continua la sua discesa.
Voci dissonanti
I
mercati sbagliano nel non fidarsi? Senza attribuirgli una razionalità
che non posseggono, si deve riconoscere che persistono grosse zone
d'ombra nella risposta europea, se non altro per le modalità pratiche
del piano licenziato il 10 Maggio. Al di là dei discorsi, la tentazione
di fare “ciascun per sé” resta forte. Vale in particolare per una
Germania che ha resistito per mesi all'idea di finanziare gli “stati
cicala”. Se si è alla fine lasciata convincere a mettere in atto un
piano di aiuti, è con la speranza di non doversene servire. E la sua
priorità resta quella di definire le sanzioni da mettere in campo verso
i paesi che non dovessero risanare abbastanza in fretta le loro finanze
(escludendoli eventualmente dai benefici del fondo europeo di aiuto).
Finanze pubbliche: situazioni contrastanti
Tutti gli Stati della zona euro non si collocano
sotto la stessa egida. La Grecia esce dal gruppo, perché unisce ad
un deficit proibitivo un debito pubblico già alto, che riflette un
problema ricorrente di finanza pubblica.
Paesi come il Belgio e l'Italia, già molto indebitati in partenza,
sono riusciti a contenere relativamente i loro deficit.
Spagna e Irlanda sembrano al contrario oggi in una situazione più
critica anche se sono partite da un livello di indebitamento
moderato. In questi paesi dalle finanze pubbliche gestite
correttamente è stato lo sgonfiamento della bolla del debito privato
che ha provocato dei deficit abissali e condotto ad una velocissima
esplosione del debito pubblico. Secondo le previsioni del Fondo
Monetario Internazionale (FMI), quello della Spagna dovrebbe passare
dal 36% del Prodotto interno lordo (PIL) nel 2007 al 90% nel 2014.
Quello dell'Irlanda dal 25% al 92%. La Francia è in una situazione
intermedia, vicina alla media della zona euro. Un deficit di un
certo peso dovrebbero peraltro fare salire il debito pubblico dal
64% nel 2007 al 94% del 2014.
Deficit e debito pubblici dei paesi della zona
euro nel 2009.

Ma gli Stati non sono tutti alle prese con le stesse
difficoltà. La Finlandia, l'Austria, i Paesi Bassi e la Germania
hanno dei deficit e dei debiti pubblici inferiori alla media della
zona e non molto lontani dai criteri di convergenza, e la zona euro
nel suo complesso è meno indebitata degli Stati Uniti. Ora che hanno
messo sulla tavola diverse centinaia di miliardi di Euro, come prova
della loro solidarietà, gli Stati membri possono abbordare la gestione del
debiti pubblici con più lucidità e coordinamento.
Lo stesso commissario
europeo agli Affari economici e finanziari, Olli Rehn, ha fatto
appello agli Stati del nord dell'Europa, i cui deficit e debiti sono
più contenuti, a ritardare i loro aggiustamenti di bilancio per
evitare di rovinare completamente la crescita europea.
La Germania spinge anche a stabilire una procedura di messa in
fallimento degli Stati, una prospettiva che potrebbe riguardare la
Grecia se il drastico piano che il governo ha imposto al paese non
arrivasse a ripristinare la sua solvibilità. Si fanno sentire anche voci
molto critiche nei confronti della BCE, come quella di Axel Weber,
l'attuale capo della Bundesbank, che è in forte odore di essere il
successore di Jean-Claude Trichet nel 2011. La zona è, detta on breve,
ancora lontana dal parlare con una sola voce. La decisione di proibire
le vendite allo scoperto (**)
presa dalla Germania senza nessuna concertazione non è che l'ennesimo
esempio.
Un aggiustamento troppo pesante
La strada del rigore conduce la zona euro nell'impasse, se non la si
tempera con la solidarietà. Nella paura di essere colpiti dalla
diffidenza dei mercati, i Paesi della zona si avventano su misure di
austerità. La Grecia, L'Irlanda, La Spagna e il Portogallo hanno stretto
la cinta di diversi buchi: tagli nelle spese da una parte (abbassamento
delle remunerazioni, congelamento delle assunzioni nel settore pubblico
…), innalzamento dei prelevamenti dall'altra con, in particolare,
sostanziali aumenti dell'IVA (fino a 4 punti in Grecia). L'Italia
prevede anche lei di sottomettersi ad una cura d'austerità più severa,
mentre la Francia ha annunciato il congelamento della spesa pubblica.
Anche la Germania, desiderosa di dare il “buon esempio”, fa ormai della
riduzione del deficit la sua priorità. Il risultato paradossale è quello
di far paura agli investitori, che vedono svanire le deboli prospettive
di crescita della zona, mentre allo stesso tempo dubitano della capacità
degli Stati di raggiungere i loro obiettivi.
La volontà di ricondurre ovunque i deficit pubblici sotto la barra
del 3% del PIL nel 2013 o 2014 al più tardi corrisponde ad un
aggiustamento di un'ampiezza mai vista per i paesi i cui conti pubblici
sono maggiormente degradati. Le esperienze di successo di riduzione del
debito pubblico si sono sempre sviluppate su tempi più lunghi, e
soprattutto in condizioni macroeconomiche più favorevoli. L'evoluzione
del peso del debito dipende grandemente dalla crescita, dall'inflazione
e dal livello dei tassi d'interesse ().
I paesi che hanno conosciuto un forte abbassamento del loro debito
hanno molto spesso beneficiato sia di un calo dei tassi di interesse,
sia di un tasso di cambio svalutato che favorisce la crescita e di una
inflazione importata (***).
Senza un simile contesto favorevole, il peso dell'aggiustamento potrebbe
rivelarsi un fardello troppo pesante per i popoli dei paesi più messi
alla prova dalla crisi. In queste condizioni, rischia di arrivare il
momento in cui il costo dell'appartenenza alla zona euro finisca per
essere così esorbitante da superare agli occhi di quegli stessi popoli i
vantaggi.
Alleggerire il fardello
Le politiche europee giocano un ruolo essenziale per rendere il
fardello sopportabile. La BCE detiene una leva fondamentale nei tassi di
interesse. Questi influenzano il costo del debito (i tassi a breve
determinati dalla Banca centrale pilotano in un certa misura anche
quelli a lungo termine), il corso della moneta unica (lo scarto dei
tassi determinano largamente il corso relativo delle valute) e
l'evoluzione dei prezzi. A questo proposito, Olivier Blanchard,
l'economista capo dello FMI, spingeva qualche mese fa per un
innalzamento degli obiettivi di inflazione delle Banche centrali. Invece
di un tetto del 2%, la BCE potrebbe prevedere un obiettivo del 3% o del
4% senza che si agiti lo spettro di un'evoluzione incontrollata.
L'inflazione, certamente, non la si stabilisce per decreto, soprattutto
quando le capacità di produzione sotto sottoutilizzate, come accade in
questi tempi.
Resta il fatto che la caduta dell'Euro fa rincarare le importazioni,
cosa che potrebbe importare dell'inflazione. Una leggera accelerazione
dell'innalzamento dei prezzi avrebbe per effetto di alleggerire un po'
il peso del debito pubblico (le simulazioni mostrerebbero in cambio che
servirebbe un'inflazione superiore al 10% per regolare il problema solo
per questa via). Questa faciliterebbe però anche la riduzione delle
differenze di competitività tra i paesi della zona: un po' di inflazione
in Germania permetterebbe ai paesi del Sud dell'Europa di recuperare
competitività senza dovere passare per un abbassamento dei prezzi i cui
effetti sono deleteri (2).
Resta da sapere quale livello di inflazione la BCE sarebbe disposta ad
accettare senza irrigidire la sua politica ...
In mancanza di meglio, almeno il coordinamento
Gli Stati membri detengono, da parte loro, le chiavi della
solidarietà di bilancio. Il fondo di stabilizzazione, se dovesse essere
utilizzato, corrisponderebbe a un inedito trasferimento tra i paesi
della zona, dell'ordine del 6% del PIL; quando il bilancio europeo non
supera l'1% del PIL comunitario. Questo precedente spingerà gli Stati
membri ad aumentare la “force de frappe” di bilancio dell'Unione? Il
fatto che una maggioranza di Stati membri sia alle prese con serie
difficoltà finanziarie potrebbe favorire la messa in comune di certe
spese. Peraltro, le spese di investimento, come le grandi infrastrutture
o la ricerca, potrebbero legittimamente essere finanziate, almeno in
parte, con prestiti a livello europeo. Sarebbe un modo di alleggerire il
carico sulle spalle degli Stati salvaguardando nello stesso tempo le
spese future. Alcune prospettive non si possono tuttavia concretizzare
che a medio termine.
In mancanza di un bilancio comune, i paesi membri puntano una volta
ancora sul coordinamento delle politiche economiche. Espressione,
questa, alla quale i Paesi Europei non attribuiscono tutti lo stesso
significato, al di là dell'accordo di facciata che si sforzano di tenere
in vita. Per i tedeschi, il coordinamento passa essenzialmente per una
sorveglianza migliore dei bilanci, unita a sanzioni più severe per i
discoli. Un coordinamento efficace dovrebbe peraltro estendersi, oltre
gli equilibri di bilancio, all'insieme dei grandi equilibri
macroeconomici (saldo della bilancia commerciale, costo del lavoro,
dinamica dell'indebitamento provato, ecc.). L'esperienza della crisi ha
mostrato che la convergenza relativa al bilancio non è sufficiente.
Serve anche una maggiore convergenza particolarmente in materia di
evoluzione dei prezzi e dei salari, se si vuole evitare che i paesi non
perdano permanentemente competitività., molto difficile da recuperare
successivamente vista l'impossibilità di svalutare. In questo modo,
tuttavia, non è solo nei progetti di bilancio che Bruxelles dovrebbe
mettere il naso, ma anche nei negoziati salariali tra i partner sociali
...
Che bello, l'euro è in picchiata!
Il calo dell'Euro è “l'unica buona nuova
macroeconomica da diversi mesi a questa parte”, ritiene, come
molti dei suoi colleghi, Philippe Weber, economista al CPRAM. Se la
caduta preoccupa le autorità Europee per la sua rapidità, fa invece
la felicità degli economisti, che vi vedono una correzione
provvidenziale che mette fine a diversi anni di sopravvalutazione
della moneta europea, un grosso ostacolo alle esportazioni europee
sensibili alla competitività di prezzo. A più di 1,2 dollari per
euro, la moneta unica non è ancora una “moneta debole”: resta ancora
più cara rispetto al dollaro dell'epoca della sua creazione.

Il calo dell'euro non ha ovviamente solo dei
vantaggi: erode a corto termine il potere d'acquisto delle famiglie,
rincarando i prodotti di importazione. I modelli economici
concludono tuttavia in generale che l'effetto positivo dovuto al
drogaggio dell'esportazione alla fine la vince.
Questo coordinamento allargato dovrebbe certamente
essere anche simmetrico. La Commissione lo riconosce, peraltro, a mezza
voce per non irritare la Germania. In effetti, in materia di
competitività, tutto è relativo. Se il costo del lavoro è sbandato in
Spagna in rapporto alla media della zona da una decina d'anni, in
Germania si è contratto sempre rispetto alla media. Se la Spagna aveva
un deficit estero abissale dell'ordine del 10% del PIL prima della
crisi, la Germania registrava un surplus del suo superiore al 7% . La
stagnazione del costo del lavoro che si autoimpone la Germania da una
decina d'anni non può diventare un principio generale salvo non fare
precipitare tutta l'Europa in uno stato di anemia. Non sarà più
sufficiente in futuro sanzionare gli Stati troppo lassisti. Si dovrà
anche convincere i paesi troppo rigorosi a partecipare alla domanda
comunitaria. Questa simmetria di trattamento sarebbe una grande novità
nella zona euro, ma non sarà facile condurvi la Germania, salvo non la
si convinca che è in fin dei conti suo interesse aumentare le spese in
casa sua se non vuole un domani essere costretta a “pagare per gli
altri”.
Sandra Moatti
*** Inflazione importata: inflazione che deriva dal rincaro dei
prezzi dei prodotti importati, in seguito ad un abbassamento del tasso
di cambio di una moneta.
Vedere "Faut-il avoir peur de la dette", Alternatives Économiques
n° 288, février 2010.
Disponibile nei nostri archivi. (traduzione
italiana).
2 Vedere "La
crise", Alternatives Économiques Poche n° 43 bis, avril 2010, p. 58 et
p. 131,
disponibile sul nostro sito.
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