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I teorici del capitalismo

Il capitalismo è stato oggetto di analisi approfondite, sia da parte di economisti, sia di sociologi e storici. I quali offrono punti di vista differenti sull'argomento.

Alternatives Economiques, "Il capitalismo" Hors-série n° 65, 3° trimestre 2005,

Economisti ed ambientalisti intrattengono da molto tempo rapporti più conflittuali che cooperativi. Non è stupefacente: i primi considerano l'aumento delle quantità prodotte il criterio dell'efficacia per eccellenza, mentre i secondi vi vedono soprattutto una forma di predazione. Quello che per gli uni è produzione di ricchezza, per gli altri è causa di impoverimento della biosfera. René Passet, uno dei pochi ad avere tentato di fare da ponte tra questi due approcci, oppone la logica del vivente - l'ecologia - a quella delle cose morte - l'economia. La gravità dei problemi ambientali e la necessità di riuscire a risolverli senza per questo rompere la "macchina economica" obbliga tuttavia sempre più economisti e ambientalisti a lavorare insieme.

"Capitalismo è una parola di lotta": l'espressione di François Perroux, che apre il "Cpsa ne so?" [Collana di testi divulgativi, NdT] dedicato dal grande economista al capitalismo, riassume bene due secoli di dibattiti e di polemiche attorno ad un tema che puzza di zolfo. Se è così, per riprendere i termini stessi di Perroux, è perché "Karl Marx ed i marxisti lo hanno gettato nell'arena delle lotte sociali. Lo hanno caricato di un esplosivo del quale non è mai riuscito a sbarazzarsi completamente". E' solo con l'indebolimento prima, e poi con il cedimento del "socialismo reale" che le cose hanno cominciato a cambiare e che il capitalismo è ridivenuto un termine accettabile, o quasi. Tuttavia sia  gli economisti, sia i sociologi e gli storici non hanno mai smesso di vivisezionare il capitalismo, di analizzarne i meccanismi, di interrogarsi sulle origini del suo dinamismo. Le risposte ovviamente non convergono. Perché il capitalismo è pluridimensionale e, come un caleidoscopio, offre prospettive molto differenti a seconda del punto di vista dal quale lo si guarda.

Da Marx a Weber: la dinamica dell'accumulazione

Karl Marx è il primo teorico del capitalismo, il più conosciuto e il più critico. Curiosamente tuttavia nelle sue opere non utilizza il termine capitalismo neanche una volta. Gli preferisce sistematicamente "modo di produzione capitalista". Non è senza ragione: per lui, la superiorità del capitalismo risiede nella sua dinamica produttiva. Marx lo dichiara alto e forte, in un testo molto conosciuto, tratto dal "Manifesto comunista" redatto con Engels nel 1848: "Ciò che distingue l'epoca borghese da tutte le precedente, è lo sconvolgimento incessante della produzione, lo scuotimento continuo di tutte le istituzioni sociali, in una parola, la permanenza dell'instabilità e del movimento." Emancipando i lavoratori da tutte le catene della schiavitù che li legavano ad un territorio, ad un uomo o ad una famiglia, questo modo di produzione li ha giuridicamente liberati. Privati però spesso dei mezzi di produzione necessari per produrre efficacemente, i lavoratori non hanno avuto altra soluzione per vivere che vendere la loro forza lavoro e diventare salariati dei detentori dei mezzi di produzione. I quali non hanno mai smesso di reinvestire - di accumulare, nel linguaggio marxista - la parte più importante del plusvalore generato dalla differenza tra ciò che produce il lavoro salariato e ciò che esso costa al datore di lavoro. E' La concorrenza a costringerli: la sopravvivenza di ogni capitalista dipende dalla sua capacità di fare almeno altrettanto bene degli altri. Cosa questa che li spinge tutti a tentare di estorcere ai salariati ulteriore plusvalore, poiché questo è il prezzo della sopravvivenza: "Invece di elevarsi col progresso dell'industria, l'operaio moderno scende sempre più basso, perfino al di sotto delle stesse condizioni della sua classe. (…) Man mano che la grande industria si sviluppa, la base stessa sulla quale la borghesia ha consolidato la sua produzione e la sua appropriazione dei prodotti si sgretola sotto i suoi piedi. Ciò che essa produce, sono innanzitutto i suoi stessi becchini."

Il tratto di genio di Marx è quello di avere analizzato la dinamica dell'accumulazione molto prima che si sviluppasse pienamente: è solamente una quarantina di anni dopo che questo testo fu scritto che nasceranno le prime ditte giganti dall'organizzazione complessa, in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti. È il primo ad avere visto che la logica del sistema capitalista era la crescita senza limite. Questo gli varrà l'ammirazione di Max Weber e di Joseph Schumpeter. Ma, al contrario, il tema dell'ineluttabilità del cedimento di un sistema sociale dove i conflitti si esasperano tra una classe operaia sempre più numerosa e più sfruttata ed una borghesia sempre meno numerosa e sempre più rapace, costituiva chiaramente il suo tallone di Achille. I liberali dell'epoca si infilarono nella crepa per sfruttare questa debolezza. Sempre più disuguaglianza e miseria, nemmeno a pensarci, Signor Marx! La negazione può essere ingenua, come nel caso di Frédéric Bastiat: "Capitale e Lavoro non possono fare a meno l'uno dell'altro", scrive, maiuscole incluse, nelle sue "Harmonies économiques" (1850). C'è appena un po' più di sapienza in Paul Leroy-Beaulieu che scrive nel 1881, nel suo "Essai sur la répartition des richesses": "Tutti i progressi dell'industria e della scienza, si può dire anche tutti i progressi della finanza, vale a dire dell'arte di gestire i capitali, tendono a diminuire lo scarto tra le condizioni umane; anche se dovesse risultarne il pauperismo, questo viene poco a poco superato grazie a queste influenze diverse."

Più di un secolo dopo si discute ancora sulla realtà di queste differenti affermazioni, cosa che, anche se non dà ragione a a Marx, prova almeno che le evoluzioni non sono così chiare come affermano i liberali. La mano invisibile del mercato è affetta da tremori, il capitalismo fà sempre fatica ad integrare il costo sociale (e oramai anche quello ambientale) dei cambiamenti incessanti che genera, ed inoltre a porsi la questione dell'utilità sociale di quanto produce: le vendite sostituiscono la morale, il che è un po' poco per dare senso alla società.

Max Weber, all'inizio del XX secolo, non condivide questa condanna - al tempo stesso economica e morale - del capitalismo. Il problema del grande sociologo tedesco non è quello di sapere se c'è sfruttamento, ed ancora meno se il capitalismo può sopravvivere, ma capire come ci si è arrivati. Weber resta nella storia delle idee come colui che ha lanciato "una delle più importanti controversie nelle scienze sociali" (1): sostiene, ne "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo" (1905), che lo sviluppo del capitalismo deve molto all'humus culturale favorevole suscitato dal puritanesimo protestante, in particolare dai calvinisti. Difatti, spiega, tra i calvinisti, lavorare molto e avere successo è segno che si è stati scelti da Dio. Contemporaneamente la morale calvinista impone di vivere in modo ascetico: niente train de vie elevati, niente approfittare materialmente della propria eventuale riuscita personale. Da qui, spiega Weber, un clima favorevole - "affinità elettive", dice - in favore del capitalismo che, a differenza del brigantaggio, del commercio avventuroso o del feudo, si fonda sull'accumulazione di capitale produttivo: "Il capitale si forma grazie al risparmio forzato ascetico." Ma si tratta più di un effetto di leva che di una causa, spiega. La tesi di Weber è dunque sottile: non pretende che le credenze e la cultura siano all'origine del capitalismo, ma che esse abbiano costituito un humus favorevole che ne ha permesso l'emergere. Dopodiché, una volta avviato il sistema, il gioco della concorrenza ha trasformato in costrizione quello che, almeno all'inizio, era solamente ascesi personale: "Il puritano voleva essere un uomo bisognoso, e noi siamo costretti ad esserlo." Le idee hanno importanza nella vita sociale, ci dice Weber, perché fanno nascere strutture che impongono poi le loro proprie regole. Quanto a Thorstein Veblen, se insiste sull'accumulazione, non è, come Marx e Weber, per farne il supporto della dinamica del capitalismo in quanto macchina per produrre, ma piuttosto come stile di vita. L'accumulazione di cui parla non è quella del capitale, ma quella degli oggetti o dei servizi di consumo: mentre nelle società tradizionali si mostra in questo modo il proprio potere, nelle società capitaliste si esibisce il proprio successo.

 Veblen, all'origine di una corrente di analisi molto vivace negli Stati Uniti prima della Seconda Guerra mondiale, la corrente istituzionalista, insiste sul fatto che il consumo serve ad affermare la propria appartenenza ad un gruppo sociale e traduce allo stesso tempo il desiderio di ciascuno dei membri di questo gruppo ad aggregarsi al gruppo socialmente superiore: "Ogni classe è mossa dall'invidia e rivaleggia con la classe che gli è immediatamente superiore nella scala sociale. " Questa tendenza all'emulazione, aggiunge nella sua "Teoria della classe del tempo libero", pubblicato nel 1899, è "il più potente, costantemente attivo, il più infaticabile dei motori della vita economica propriamente detta". Per le classi dominanti, si tratta di mostrare in modo ostentato che si "ha avuto successo"; per le altre classi, di sollevarsi nella gerarchia sociale. E Veblen vede in questa scala di pappagallini la causa profonda della dinamica produttiva. La sua originalità non è quella di criticare l'universo della merce, ma di mostrare che questo universo genera una domanda senza fine, fonte di una crescita senza fine. Il capitalismo è un apprendista stregone che apre le valvole di una produzione senza limite, poiché sta nell'ordine del desiderio, non in quello del bisogno. Il capitalismo è anzitutto una forza di accumulazione che non sopporta limiti. A causa della produzione, perché è sorgente di plusvalore, riteneva Marx. A causa del consumo ostentato che trasforma il desiderio in domanda che cresce senza tregua, riteneva Veblen. A causa di una certa etica religiosa che, cercando la prova della salute spirituale nella riuscita materiale, ha fatto dell'impresa il luogo di una questua razionale di crescita senza limite, concludeva Weber. Ma, nei tre casi, il capitalismo è anzitutto un sistema, una logica, una meccanica, il cui motore è il perseguimento di una accumulazione senza fine.

Da Schumpeter a Perroux: il ruolo degli imprenditori

E se, invece di essere un sistema, il capitalismo fosse soprattutto una questione di uomini? Questa è, in ogni caso, la convinzione di Joseph Schumpeter. Egli si interessa meno alla nascita del capitalismo che al suo sviluppo, meno alle sue caratteristiche che alla sua dinamica. Schumpeter è tanto sociologo quanto economista. Ciò che caratterizza il capitalismo, sottolinea, è il modo in cui, senza tregua, dei nuovi prodotti, delle nuove tecniche, delle nuove forme di organizzazione appaiono sulla scena sociale. Ed egli parla del "processo di mutazione industriale (…) che rivoluziona incessantemente dall'interno la struttura economica, distruggendo continuamente i suoi elementi obsoleti e creando continuamente degli elementi nuovi. Questo processo di 'distruzione creatrice' costituisce il dato fondamentale del capitalismo: è in questo che consiste, in ultima analisi, il capitalismo, ed ogni impresa capitalista deve, volente o nolente, adattarvisi." Ma perché dunque questo "uragano continuo" (il termine è suo) che dà il capogiro? E' la pressione della concorrenza? Ma andiamo, risponde Schumpeter, siamo seri: se degli uomini - i capi dell'impresa - sono pronti a prendersi dei rischi, a lanciare dei nuovi prodotti, ad utilizzare delle nuove tecniche o ad organizzare differentemente la produzione, è la sete di guadagno che li spinge. Sperano bene di guadagnare il jack-pot essendo i primi a commercializzare quel nuovo prodotto o ad utilizzare quella nuova tecnica. Se funziona, beneficeranno difatti, per un certo periodo, di un monopolio di fatto, durante il quale si arricchiranno prodigiosamente. Per Schumpeter, più la carota è grossa, più si è pronti a prendersi dei rischi.

François Perroux, nella linea di Schumpeter, sottolinea anche lui (2) che il capitalismo è anzitutto una "economia di imprese" che riposa sull'innovazione, dunque sugli innovatori che si prendono dei rischi per rimuovere le abitudini acquisite ed introdurre, a loro rischio e pericolo, dei cambiamenti. Ma, a differenza di Schumpeter, Perroux ritiene che lo Stato giochi un ruolo centrale: coordinatore ed arbitro, dà corpo e senso all'insieme nazionale sul quale si appoggia ogni specifico capitalismo, ivi compreso quando si tratta di partire alla conquista dal mondo e di affrontare gli altri capitalismi. Certo, sono le imprese che fanno il capitalismo, ma è lo Stato che gli dà la sua coerenza, la sua omogeneità e le sue caratteristiche profonde. Il capitalismo è dunque, per natura, un sistema misto,: "Di capitalismo interamente privato, la storia non ne ha conosciuto nessuno: l'osservazione del presente non ce ne rivela nessuno." Eccoci lontano dal mercato e dalla sua mano invisibile: non è la concorrenza che spiega la dinamica del sistema, ma le ditte dominanti, grazie all'innovazione (Schumpeter), e lo Stato (Perroux).

Da Keynes a Galbraith : il ruolo delle regole e delle istituzioni

John Maynard Keynes, a differenza delle prime due grandi correnti, non si interessava a cosa faccia camminare il capitalismo, ma piuttosto a cosa possa impedirgli di inciampare. Perché Keynes scrive tra le due guerre, in un momento in cui, in Inghilterra come in Germania e prima ancora che esploda la grande crisi, il sistema economico presenta dei seri difetti. Per lui le difficoltà del capitalismo vengono dal fatto che "il mondo non è governato dall'alto in modo che l'interesse privato e l'interesse sociale coincidano sempre. Non è corretto dedurre dai principi dell'economia che l'interesse personale illuminato opera sempre nell'interesse pubblico." Il laissez-faire si risolve in un cattivo rendimento economico perché le decisioni che ogni impresa è portata a prendere per risolvere una difficoltà possono, per un effetto boomerang, aggravare il problema invece di risolverlo: "Se un produttore o uno specifico paese diminuiscono gli stipendi, allora, finché gli altri non seguono il suo esempio, questo produttore o questo paese possono aumentare la loro quota di mercato. Ma se la riduzione degli stipendi è generale, il potere di acquisto della collettività è ridotto nella stessa misura dei costi; e (…) nessuno ne trae vantaggio." Il laissez-faire conduce anche ad un cattivo rendimento sociale, perché "la sete di guadagno e l'amore del denaro costituisce la principale forza motrice della macchina economica". In un sistema dove solo i più efficienti conducono i giochi, dove le giraffe che hanno il collo più lungo mangiano tutte le foglie disponibili, "non dobbiamo trascurare le sofferenze di coloro il cui il collo non è abbastanza lungo e che muoiono dunque di fame, (…) né la sovralimentazione delle giraffe dal lungo collo né, infine, l'angoscia e l'avidità che oscurano i dolci sguardi del gregge." Il problema, sottolinea Keynes, è che "i devoti del capitalismo (…) sono spesso dei conservatori che mancano di misura, e respingono delle riforme tecniche che potrebbero rafforzarlo veramente e preservarlo, per paura che queste non si rivelino essere la prima tappa dell'abbandono del capitalismo in quanto tale" (3). Perché Keynes è convinto che nessuna delle tare del sistema economico, che siano economiche o sociali, sia fatale, purché delle istituzioni specifiche - di natura monetaria, bancaria o più spesso finanziaria - ed una politica economica intelligente dello Stato si sforzino di orientare le forze del mercato verso l'interesse collettivo. Ha certamente enunciato proposte diverse - glielo si è rimproverato del resto abbondantemente - ma queste girano sempre attorno all'idea che, senza coordinamento e senza regolazione, l'energia potenziale del capitalismo è sprecata inutilmente.

Prima di lui, John Rogers Commons, un economista americano, aveva messo l'accento negli anni 20 sulle regole collettive e le istituzioni che facilitano l'emergere di gruppi sociali organizzati: il nostro sistema economico, assicurava nel 1925 in "Legal Foundations of Capitalism", è caratterizzato in parte da "una diminuzione della libertà individuale, imposta da sanzioni governative, ma soprattutto da sanzioni economiche attraverso l'azione concertata -segretamente, semi-apertamente, apertamente o per arbitraggio - di associazioni, di corporazioni, di sindacati ed altre organizzazioni collettive di industriali, di commercianti, di lavoratori, di agricoltori e di banchieri". La "mano invisibile del mercato" di Adam Smith è sostituita più frequentemente da "la mano visibile dei manager", per riprendere l'espressione di Alfred Chandler, e, più largamente, dalla mano visibile dei gruppi sociali. Commons sostiene che, dopo il capitalismo dei commercianti, poi quello degli industriali, si apre quello della stabilizzazione, nel quale regole e accordi temporanei tra gruppi sociali "subordinano, in parte o totalmente, gli individui all'azione collettiva (…) per creare ordine al di là dell'instabilità". Si tratta, sostiene, di creare delle anticipazioni favorevoli, dunque di ridurre l'incertezza inerente al capitalismo industriale, nel quale ciascuno ignora quello che gli altri stanno facendo. Ciascuno è portato allora a copiare gli altri nell'agire: frenare quando gli altri frenano, accelerare quando gli altri accelerano. Commons raccomanda dunque una "nuova forma di governo democratico fondato sull'azione collettiva di tutte le classi sociali". Cosa che gli guadagna la simpatia di Keynes che gli scrive: "Non sembra esistere altro economista con il quale mi senta il più in accordo nel modo generale di pensare" (4).

John Kenneth Galbraith, erede di questa corrente di analisi, vedrà l'uscita di un "sistema industriale" nel quale il potere appartiene ad un "tecnostruttura" (insieme di quadri dirigenti salariati), capaci di dirigere razionalmente gli ingranaggi complessi della grande ditta seconde una sorta di pianificazione privata, spesso in simbiosi con lo Stato, al punto che "ciò che è buono per General Motors è buono per l'America". In conclusione, l'evoluzione economica ha condotto, secondo Galbraith, alla "socializzazione dell'impresa evoluta".

Il riccio sarebbe dunque riccioluto? Le tre grandi correnti di pensiero che si sono interessate al capitalismo ed alla sua evoluzione concludono nello stesso modo: la socializzazione dell'impresa, il suo allontanamento crescente da meccanismi puri di mercato ed il suo potere crescente. Ora, da vent' anni, per una sorta di stupefacente capovolgimento ideologico, probabilmente avvantaggiato dal cedimento del "socialismo reale", è al contrario l'esaltazione della concorrenza, del diritto di proprietà e della capacità autoregolatrice del mercato che prevale. L'idea della "naturalizzazione del capitalismo" oramai si impone: l'economia di mercato sarebbe sempre esistita e, a prezzo di un faticoso processo di scelte e di errori, gli uomini avrebbero imparato poco a poco a riconoscere la sua superiorità su tutti gli altri processi sociali per produrre e consumare sempre di più. A cosa serve dunque interrogarsi sul suo avvenire o sulla sua efficacia? All'era dei grandi spiriti visionari succede così quella dei bottegai bisognosi. Non è certo che ci sia da stare allegri.

Denis Clerc

(1) Vedere "Economie et sociologie", di François Cusin e Daniele Benamouzig, ed. PUF, 2004, p. 140. L'analisi che segue deve molto a questo libro [^].
(2) "Dentro il capitalismo" (1948), un "Cosa ne so?" che non è stato ahimè mai ripubblicato nei PUF, in seguito ad un disaccordo tra l'autore e gli editori. Sotto questo titolo, i PUF propongono oramai un altro "Cosa ne so?" redatto da Claude Jessua, nella più pura tradizione liberale, con, per sovrappiù, delle inesattezze metodologiche [^].
(3) tutte le citazioni di Keynes che precedono sono tratte da un testo del 1924 intitolato "La fine del laissez-faire" e di un articolo del 1930 intitolato "La grande recessione del 1930". Quella che segue è tratta da un testo del 1925, "Sono un liberale? ". Questi tre testi sono riprodotti in una raccolta intitolata "La povertà nell'abbondanza", ed. Gallimard, 2002 [3].
(4) citato da Laure Bazzoli, nel suo libro su "L'economia politica di John R. Commons2, (ed.L'Harmattan, 1999), dal quale sono state tratte anche le citazioni di Commons [^].

 

Braudel, il mercato ed il capitalismo

Si conosce la frase di Lenin: "Là dove esiste il piccolo sfruttamento e la libertà di scambio, ecco il capitalismo che appare." Assolutamente no, ribatte il grande storico Fernand Braudel, nelle conclusioni del suo magistrale sommario su "Civilizzazione materiale e capitalismo" (ed. Armand Colin, 1979). Per millenni la vita quotidiana si è basata sull'autoconsumo, completato marginalmente da pochi scambi. Quando l'artigianato prima, con la specializzazione e la divisione del lavoro, e la piccola produzione commerciale poi si sono sviluppati, da due o tre secoli, il mercato ha preso un'importanza crescente. Ma questa economia di mercato non ha niente a che vedere col capitalismo, sostiene Braudel. Il capitalismo è alla lontana generato dal commercio, ma dai capitali che grandi avventurieri gestiscono e spostano perché rendano il massimo. "Non sono né gli stessi meccanismi né gli stessi attori che reggono questi due tipi di attività", scrive Braudel. Perché, anche se l'economia di mercato ed il capitalismo si poggiano su "meccanismi di scambio", l'uno riguarda il vicinato, l'altro tutto intero il vasto mondo. Gli attori dell'economia di mercato sono inchiodati al loro mestiere come il contadino all'argilla, mentre i capitalisti conoscono solamente il colore del denaro: i primi si incontrano nelle fiere, i secondi in Borsa. L'uno e l'altro ingrassano con l'attività materiale di base - la crescita - ma per l'uno lo scambio deriva soprattutto dalla produzione, per l'altro è fonte di potere e di arricchimento. Siamo sicuri, ribatte Alain Caillé (1)? Statuendo che "i piccoli sarebbero dalla parte del mercato (buono), i grossi dalla parte del (cattivo) capitalismo", il nostro storico suggerisce che si possa dividere il buon grano (lo scambio), dal loglio (il capitalismo sfruttatore), alla maniera dello Stalin degli anni 30, anticipa Alain Caillé. In effetti, ritiene questo ultimo, il capitalismo nasce dall'attività economica - piccola o grande - dal momento che questa si autonomizza dalle condizioni sociali che gli hanno dato i natali, che si "disincastri", per riprendere il termine di Polanyi, per diventare un fine in sé. Mercato e capitalismo sono cosustanziali: l'uno dà nascita all'altro dal momento che la legge di mercato prevale sulle altre regole. È l'imperialismo dell'economia - il guadagno per il guadagno in un mercato liberato da ogni altra preoccupazione - che genera il capitalismo, non sono né l'importo dei capitali messi in opera né le motivazioni degli attori.

(1) "De-pensare l'economico", ed. La Découverte, 2005. I testi che costituiscono i capitoli che c'interessano (da 3 a 5), sono stati pubblicati inizialmente nel 1982 e nel 1983 [^].

Hanno detto

KARL MARX: "Con il rapido perfezionamento dei mezzi di produzione ed il miglioramento infinito dei mezzi di comunicazione, la borghesia trascina nella corrente della civiltà anche le Nazioni più barbare" (1848).

AL CAPONE: "Il capitalismo è il racket legittimo organizzato dalla classe dominante" (anni 30).

JOHN MAYNARD KEYNES: "Il capitalismo è la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini faranno le peggiori cose per il gran bene di tutti" (anni 30).

JOHN R. COMMONS: "Le banche centrali controllate dai banchieri prendono un'importanza nuova ed il capitalismo delle banche (Banker Capitalism) prende il controllo delle industrie e delle nazioni" (1934).

JOSEPH SCHUMPETER: "Il capitalismo può sopravvivere? No, non credo" (1947).

FRANÇOIS PERROUX: "Durante la sua storia, il capitalismo ci appare insieme come un sistema complesso, realista e fecondo" (1948).

JOSEPH SCHUMPETER: "Il pacifismo e la morale internazionale moderna non sono inferiori ai prodotti del capitalismo" (1947).

FRANÇOIS PERROUX: "Il capitalismo non si cura della morale" (1948).

 

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