Il debito contro la recessione
Alternatives
Economiques, n° 288, febbraio 2010
La crescita del debito pubblico è più una soluzione che un problema.
Sarebbe un errore pretendere di riassorbirlo a tutta forza.
Tra i
record del luogo comune in materia di economia risiede l'idea che il
debito pubblico sia un flagello che si potrebbe eliminare se i governi
fossero meno lassisti. Lo Stato vivrebbe sempre al di sopra delle
proprie possibilità, invece di essere gestito con “la cura del buon
padre di famiglia” che si preoccupa di regolare le spese alle proprie
risorse. Questo apparente buon senso è un nonsenso economico. Tutti
capiscono perfettamente che le imprese si indebitano per finanziare gli
investimenti che possano aumentare il loro futuro reddito. Perché si
dovrebbe negare allo Stato di poter fare lo stesso quando la spesa
pubblica non serve solamente a produrre dei servizi utili alla
popolazione, ma crea anche, ciò facendo, le condizioni perché gli altri
attori possano prosperare?
Oltre a questa funzione di investimento ne va considerata un'altra,
che la crisi attuale mette particolarmente in evidenza: la regolazione
congiunturale. Quando gli attori privati tagliano a tutta birra le loro
spese, non c'è che il potere pubblico che possa permettersi di
conservare il suo “train de vie” ed evitare in questo modo una caduta
troppo brusca dell'attività.
Qual è oggi il giusto livello del deficit?
Il deficit non è dunque cattivo in sé per sé. Peraltro, così come c'è
il grasso buono e quello cattivo, c'è – secondo gli economisti – un
deficit buono e uno cattivo. Il deficit è buono quando finanzia le spese
future, quelle che permettono di aumentare la crescita dell'economia a
lungo termine. E' l'obiettivo ambizioso del prestito lanciato da Nicolas
Sarkozy per finanziare investimenti strategici. Il deficit è inoltre
accettabile quando contribuisce a stabilizzare l'attività in periodo di
recessione. Questo deficit, detto congiunturale o ciclico, è l'effetto
della caduta della crescita, che genera un mancato introito fiscale –
gli introiti dell'IVA, delle imposte sulle società e sui redditi – e fa
crescere alcune spese, in particolare quelle delle indennità di
disoccupazione. Anche questo è deficit buono, perché si ritiene si
riassorba spontaneamente quando la crescita raggiunga il suo livello
potenziale (*) , ovvero quello nel quale qualunque impulso di bilancio
ulteriore diventa controproducente.
Resta il deficit cattivo, quello che risulta da uno scarto permanente
tra introiti e spese, e dall'incapacità del governo di equilibrare i
conti: il grasso cattivo dello Stato, quello che gli economisti chiamano
“deficit strutturale”. Lo si può teoricamente far sparire tagliando le
spese o aumentando le tasse. L'attuale maggioranza ritiene che l'offerta
privata soffra di un livello eccessivo di prelevamenti obbligatori e ha
dunque chiaramente scelto la prima opzione, a detrimento dell'offerta di
servizi pubblici.
Il debito pubblico
è misurato correttamente?
Il
debito pubblico include gli impegni di differenti amministrazioni
pubbliche: amministrazioni centrali (Stato e altri organismi),
collettività locali, organismi della sicurezza sociale, per un totale
che dovrebbe raggiungere i 1.500 miliardi di Euro nel 2010. Si tratta
di un debito lordo. Alcuni economisti non lo giudicano adeguato a
valutare la situazione finanziaria dello Stato in senso ampio. In
effetti, di fronte a questo passivo, dispone all'attivo di un
patrimonio considerevole: edifici, terreni, infrastrutture, ma anche
attivi finanziari. Risultato: il bilancio è largamente positivo.
Sottraendo dal montante del debito lordo anche i soli attivi finanziari
in grado di essere liquidati rapidamente – valorizzati in 600 miliardi
nel 2008 – si ottiene un debito netto molto più modesto. Altri
economisti osservano al contrario che il debito è sottostimato, dato
che si dovrebbero aggiungere al bilancio dello Stato i suoi impegni
“impliciti”, come le pensioni future dei funzionari pubblici. Il
rapporto Pébereau (1) li valutava nel 2006 in 430 miliardi di euro. Non
si tratta tuttavia di un impegno contrattuale, dato che lo Stato può in
qualunque momento cambiare le regole del gioco. Bisognerebbe inoltre,
per buona misura, contabilizzare anche degli attivi che non sono oggi
considerati perché non sono valorizzabili. In particolare, la
possibilità per lo Stato di alzare le imposte, cosa che gli permette
facilmente di aumentare i propri introiti quando la ricchezza prodotta
dal Paese aumenta.
(1) "Rompre avec la facilité de la dette publique".
Debito pubblico,
debito privato.
Al 77% del PIL nel 2009, il debito pubblico è superiore al tetto del
60% fissato dal trattato di Maastricht. Ma a furia di essere
obnubilati da questo criterio, si è finito per perdere di vista
l'indebitamento degli altri attori economici. I paesi ricchi che
esibivano in questi ultimi anno un debito pubblico più basso della
Francia avevano in generale un livello di indebitamento delle
famiglie più elevato. Se alcuni sono riusciti a ridurre il loro
debito pubblico nei quindici anni che precedono la crisi – prima che
questa invertisse brutalmente questa tendenza – lo hanno fatto a
spese di una crescita del debito privato molto, o troppo, rapido,
come dimostra – tra gli altri – il caso della Spagna. Come
conseguenza, quando le bolle scoppiano e l'economia declina, si
genera l'esplosione dell'indebitamento pubblico.
Prima di decidere come ridurre il deficit cattivo, si dovrebbe
preventivamente conoscerne la sua dimensione. Il problema è che è
piuttosto difficile separare il congiunturale dallo strutturale! Tra il
2007 e il 2009 il deficit pubblico è passato dal 2,7% all'8,3% del PIL.
Di questo peggioramento 3,6 punti sarebbero imputabili alla caduta della
crescita. Dovrebbe dunque riassorbirsi spontaneamente quando l'economia
ritroverà la sua velocità di crociera. Problema: se questa non ritorna
ai livelli di prima della crisi, il deficit congiunturale rischia di
perpetuarsi e di diventare strutturale.
Un tema politico
Prima della crisi la Commissione europea stimava al 2,1% il tasso di
crescita potenziale dell'economia francese. Ha rivisto drasticamente al
ribasso le sue stime: pensa ormai che una crescita dello 1,4% nel 2010
corrisponda al potenziale. Questa revisione ha una sua logica: “Una
recessione comporta una caduta degli investimenti e dunque un calo delle
capacità produttive; un calo delle popolazione attiva potenziale (perché
anziani, madri e giovani rinunciano a cercare lavoro); un certo
rallentamento della produttività del lavoro”, decifra Henri
Sterdyniak dell'OFCE (1). Ma fino a qual punto si devono introiettare
gli effetti della crisi? Questo dibattito, in apparenza tecnico,
maschera infatti un tema molto politico: cambia tutto nel timing
e nell'ampiezza degli aggiustamenti di bilancio da effettuare.
Nell'ottica della Commissione, più la crescita potenziale è bassa, meno
il ritorno dell'economia al suo livello potenziale permetterà di ridurre
il deficit, e dunque, maggiore sarà il deficit strutturale e, con lui,
maggiore deve essere l'aggiustamento di bilancio da effettuare. La
commissione stima così che sull'8,2% del deficit pubblico previsto per
la Francia nel 2010, il 7% è ormai di natura strutturale! Raccomanda
dunque i prenderlo in considerazione quando la crescita avrà raggiunto
il suo livello potenziale. Se ci si regola sulle ultime previsioni di
crescita del governo per il 2010, di 1,4%, si dovrà dunque a partire da
quest'anno somministrare una cura d'austerità di bilancio decisamente
drastica.
Un ragionamento del genere postula che la crescita della spesa
pubblica finanziata dal deficit non abbia nessun effetto sulla crescita
a lungo termine. Questa sarebbe un dato al quale le finanze pubbliche
dovrebbero adeguarsi, e non un obbiettivo che esse permetterebbero di
raggiungere. Se si ritiene invece che il bilancio abbia un impatto sulla
crescita, “il rischio è che la scelta di un obbiettivo basso finisca
per autoinverarsi”, conclude
Henri Sterdyniak.
* La crescita potenziale è definita come il massimo tasso al quale
un'economia può crescere senza tensioni inflazioniste. In linea di
principio, il potenziale di produzione di una economia dipende da
tre fattori: lo stock di capitale, la popolazione attiva e la
produttività.
(1) Vedasi "Quelles stratégies budgétaires de sorties de crise?",
Lettre de l'OFCE n° 315, décembre 2009.
Sandra Moatti |
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