DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





INDICE

HOME

Presidenziali USA

Presidenziali Francia 07

COREA DEL NORD

EUROPA

ITALIA - STORIA

Pensiero Economico

IRAQ

ONU

PALESTINA

IRAN

AFGHANISTAN PAKISTAN

RUSSIA E CAUCASO

RIVOLUZIONE RUSSA

MEDIO ORIENTE

GLOBALIZZAZIONE

KOSOVA

ECHELON

UZBEKISTAN

AFRICA

ATTENTATI SPAGNA

MONDO

MEDIA

 

CERCA NEL SITO

 

Linkback:

Territorio scuola

Sensagent

Leprechaun


Il debito contro la recessione

Alternatives Economiques, n° 288, febbraio 2010

La crescita del debito pubblico è più una soluzione che un problema. Sarebbe un errore pretendere di riassorbirlo a tutta forza.

Tra i record del luogo comune in materia di economia risiede l'idea che il debito pubblico sia un flagello che si potrebbe eliminare se i governi fossero meno lassisti. Lo Stato vivrebbe sempre al di sopra delle proprie possibilità, invece di essere gestito con “la cura del buon padre di famiglia” che si preoccupa di regolare le spese alle proprie risorse. Questo apparente buon senso è un nonsenso economico. Tutti capiscono perfettamente che le imprese si indebitano per finanziare gli investimenti che possano aumentare il loro futuro reddito. Perché si dovrebbe negare allo Stato di poter fare lo stesso quando la spesa pubblica non serve solamente a produrre dei servizi utili alla popolazione, ma crea anche, ciò facendo, le condizioni perché gli altri attori possano prosperare?

Oltre a questa funzione di investimento ne va considerata un'altra, che la crisi attuale mette particolarmente in evidenza: la regolazione congiunturale. Quando gli attori privati tagliano a tutta birra le loro spese, non c'è che il potere pubblico che possa permettersi di conservare il suo “train de vie” ed evitare in questo modo una caduta troppo brusca dell'attività.

Qual è oggi il giusto livello del deficit?

Il deficit non è dunque cattivo in sé per sé. Peraltro, così come c'è il grasso buono e quello cattivo, c'è – secondo gli economisti – un deficit buono e uno cattivo. Il deficit è buono quando finanzia le spese future, quelle che permettono di aumentare la crescita dell'economia a lungo termine. E' l'obiettivo ambizioso del prestito lanciato da Nicolas Sarkozy per finanziare investimenti strategici. Il deficit è inoltre accettabile quando contribuisce a stabilizzare l'attività in periodo di recessione. Questo deficit, detto congiunturale o ciclico, è l'effetto della caduta della crescita, che genera un mancato introito fiscale – gli introiti dell'IVA, delle imposte sulle società e sui redditi – e fa crescere alcune spese, in particolare quelle delle indennità di disoccupazione. Anche questo è deficit buono, perché si ritiene si riassorba spontaneamente quando la crescita raggiunga il suo livello potenziale (*) , ovvero quello nel quale qualunque impulso di bilancio ulteriore diventa controproducente.

Resta il deficit cattivo, quello che risulta da uno scarto permanente tra introiti e spese, e dall'incapacità del governo di equilibrare i conti: il grasso cattivo dello Stato, quello che gli economisti chiamano “deficit strutturale”. Lo si può teoricamente far sparire tagliando le spese o aumentando le tasse. L'attuale maggioranza ritiene che l'offerta privata soffra di un livello eccessivo di prelevamenti obbligatori e ha dunque chiaramente scelto la prima opzione, a detrimento dell'offerta di servizi pubblici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il debito pubblico è misurato correttamente?

Il debito pubblico include gli impegni di differenti amministrazioni pubbliche: amministrazioni centrali (Stato e altri organismi), collettività locali, organismi della sicurezza sociale, per un totale che dovrebbe raggiungere i 1.500 miliardi di Euro nel 2010. Si tratta di un debito lordo. Alcuni economisti non lo giudicano adeguato a valutare la situazione finanziaria dello Stato in senso ampio. In effetti, di fronte a questo passivo, dispone all'attivo di un patrimonio considerevole: edifici, terreni, infrastrutture, ma anche attivi finanziari. Risultato: il bilancio è largamente positivo. Sottraendo dal montante del debito lordo anche i soli attivi finanziari in grado di essere liquidati rapidamente – valorizzati in 600 miliardi nel 2008 – si ottiene un debito netto molto più modesto. Altri economisti osservano al contrario che il debito è sottostimato, dato che si dovrebbero aggiungere al bilancio dello Stato i suoi impegni “impliciti”, come le pensioni future dei funzionari pubblici. Il rapporto Pébereau (1) li valutava nel 2006 in 430 miliardi di euro. Non si tratta tuttavia di un impegno contrattuale, dato che lo Stato può in qualunque momento cambiare le regole del gioco. Bisognerebbe inoltre, per buona misura, contabilizzare anche degli attivi che non sono oggi considerati perché non sono valorizzabili. In particolare, la possibilità per lo Stato di alzare le imposte, cosa che gli permette facilmente di aumentare i propri introiti quando la ricchezza prodotta dal Paese aumenta.

(1) "Rompre avec la facilité de la dette publique".

Debito pubblico, debito privato.

Al 77% del PIL nel 2009, il debito pubblico è superiore al tetto del 60% fissato dal trattato di Maastricht. Ma a furia di essere obnubilati da questo criterio, si è finito per perdere di vista l'indebitamento degli altri attori economici. I paesi ricchi che esibivano in questi ultimi anno un debito pubblico più basso della Francia avevano in generale un livello di indebitamento delle famiglie più elevato. Se alcuni sono riusciti a ridurre il loro debito pubblico nei quindici anni che precedono la crisi – prima che questa invertisse brutalmente questa tendenza – lo hanno fatto a spese di una crescita del debito privato molto, o troppo, rapido, come dimostra – tra gli altri – il caso della Spagna. Come conseguenza, quando le bolle scoppiano e l'economia declina, si genera l'esplosione dell'indebitamento pubblico.






Prima di decidere come ridurre il deficit cattivo, si dovrebbe preventivamente conoscerne la sua dimensione. Il problema è che è piuttosto difficile separare il congiunturale dallo strutturale! Tra il 2007 e il 2009 il deficit pubblico è passato dal 2,7% all'8,3% del PIL. Di questo peggioramento 3,6 punti sarebbero imputabili alla caduta della crescita. Dovrebbe dunque riassorbirsi spontaneamente quando l'economia ritroverà la sua velocità di crociera. Problema: se questa non ritorna ai livelli di prima della crisi, il deficit congiunturale rischia di perpetuarsi e di diventare strutturale.

Un tema politico

Prima della crisi la Commissione europea stimava al 2,1% il tasso di crescita potenziale dell'economia francese. Ha rivisto drasticamente al ribasso le sue stime: pensa ormai che una crescita dello 1,4% nel 2010 corrisponda al potenziale. Questa revisione ha una sua logica: “Una recessione comporta una caduta degli investimenti e dunque un calo delle capacità produttive; un calo delle popolazione attiva potenziale (perché anziani, madri e giovani rinunciano a cercare lavoro); un certo rallentamento della produttività del lavoro”, decifra Henri Sterdyniak dell'OFCE (1). Ma fino a qual punto si devono introiettare gli effetti della crisi? Questo dibattito, in apparenza tecnico, maschera infatti un tema molto politico: cambia tutto nel timing e nell'ampiezza degli aggiustamenti di bilancio da effettuare. Nell'ottica della Commissione, più la crescita potenziale è bassa, meno il ritorno dell'economia al suo livello potenziale permetterà di ridurre il deficit, e dunque, maggiore sarà il deficit strutturale e, con lui, maggiore deve essere l'aggiustamento di bilancio da effettuare. La commissione stima così che sull'8,2% del deficit pubblico previsto per la Francia nel 2010, il 7% è ormai di natura strutturale! Raccomanda dunque i prenderlo in considerazione quando la crescita avrà raggiunto il suo livello potenziale. Se ci si regola sulle ultime previsioni di crescita del governo per il 2010, di 1,4%, si dovrà dunque a partire da quest'anno somministrare una cura d'austerità di bilancio decisamente drastica.

Un ragionamento del genere postula che la crescita della spesa pubblica finanziata dal deficit non abbia nessun effetto sulla crescita a lungo termine. Questa sarebbe un dato al quale le finanze pubbliche dovrebbero adeguarsi, e non un obbiettivo che esse permetterebbero di raggiungere. Se si ritiene invece che il bilancio abbia un impatto sulla crescita, “il rischio è che la scelta di un obbiettivo basso finisca per autoinverarsi”, conclude Henri Sterdyniak.

* La crescita potenziale è definita come il massimo tasso al quale un'economia può crescere senza tensioni inflazioniste. In linea di principio, il potenziale di produzione di una economia dipende da tre fattori: lo stock di capitale, la popolazione attiva e la produttività.  

(1) Vedasi "Quelles stratégies budgétaires de sorties de crise?", Lettre de l'OFCE n° 315, décembre 2009.

Sandra Moatti

 
 

INDICE

Cerca nel sito: