DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





INDICE

HOME

Presidenziali USA

Presidenziali Francia 07

COREA DEL NORD

EUROPA

ITALIA - STORIA

Pensiero Economico

IRAQ

ONU

PALESTINA

IRAN

AFGHANISTAN PAKISTAN

RUSSIA E CAUCASO

RIVOLUZIONE RUSSA

MEDIO ORIENTE

GLOBALIZZAZIONE

KOSOVA

ECHELON

UZBEKISTAN

AFRICA

ATTENTATI SPAGNA

MONDO

MEDIA

 

CERCA NEL SITO

 

Linkback:

Territorio scuola

Sensagent

Leprechaun


L'Europa, una tragedia greca

Mondializzazione, politica europea, finanza globalizzata, situazione della Francia…, Jean-Paul Fitoussi (*) fa la sua analisi sullo stato dell'economia..

Alternatives économiques: La Francia sembra a mal partito nella mondializzazione...

Jean-Paul Fitoussi: La globalizzazione diventa al tempo stesso la scusa e la causa prima di ogni evoluzione sgradevole che riguarda i paesi! Bisogna dire che è un concetto vago che permette facilmente delle manipolazioni. Quelli che la citano spiegano spesso e con insistenza che le differenze dei costi del lavoro svantaggiano le economie dove gli stipendi sono alti. Si percepisce molto rapidamente il limite e la contraddizione di un tale ragionamento. Questo significherebbe che i paesi ricchi sarebbero i perdenti nella mondializzazione semplicemente perché sono ricchi.... si vede bene che non è ciò che realmente succede e quali siano gli interessi che questo discorso retorico serve. Se lo si prendesse sul serio, per minimizzare queste perdite sarebbe possibile una sola politica: l'abbassamento degli stipendi o in ogni caso la loro stagnazione.
Il problema nasce dalla confusione tra una mondializzazione retorica e le mondializzazioni reali. La mondializzazione reale si produce in un mondo costituito da stati-nazione. Ora quale è la funzione di uno Stato-nazione? È quella di proteggere la sua popolazione. Gli Stati-nazione sarebbero spariti da molto tempo se non adempissero più a questa funzione. Ed in questo mondo di stati-nazione che strutturano la mondializzazione reale, esistono delle iper e delle superpotenze. Questa semplice constatazione permette di realizzare un passo da gigante nei confronti della mondializzazione retorica. Per definizione, la protezione ed il potere non vanno d'accordo col mercato. È ciò che si insegna a tutti gli studenti. Che cosa diventa il liberalismo economico in questo contesto? Largamente una finzione: quello che determina la vendita o meno di una centrale nucleare, per esempio, è anzitutto una questione di potere reciproco tra l'acquirente ed i venditori. Le strategie geopolitiche ed i rapporti di forza tra i differenti Stati sono completamente integrati negli scambi commerciali e finanziari.

A.E.: Ritorniamo alla Francia. La sua economia è veramente inadatta alla mondializzazione oppure soffre soprattutto delle strategie non cooperative in seno alla zona euro?

J.P.F.: Tenderei a privilegiare il secondo termine dell'alternativa, ma conviene distinguere due punti. L'economia francese non sta così male in seno alla zona euro: è da dieci anni che ha un tasso di crescita più elevato di quello della zona. E si può dubitare della solidità del ritorno in forze della Germania di cui si parla molto in questo momento. Certo da parecchi anni si assiste ad una crescita spettacolare degli eccedenti della bilancia estera corrente tedesca, ma non realmente ad un ritorno in termini di crescita, anche se l'anno 2006, col 2,6%, è stato migliore oltre-Reno: non si è trattato di certo di una prodezza rispetto alla stagnazione dei quattro anni precedenti. La Germania ha applicato lo stesso tipo di rimedio della Francia negli anni 90: una disinflazione competitiva che soffoca la domanda interna per alleggerire un eccedente estero. Questo processo si realizza a spese dei suoi vicini e della zona euro, perché la disinflazione competitiva è per sua natura una strategia non cooperativa. Deprezza in termini reali il valore della moneta. In mancanza di altri strumenti di politica economica, è come se i governi europei non avessero a loro disposizione altro che politiche che permettono di abbassare il costo relativo del lavoro attraverso la concorrenza fiscale e sociale. Queste strategie conducono allo stesso tempo i governi ad ingannarsi sugli indicatori delle prestazioni delle loro economie e dunque sui loro obiettivi: mai il saldo estero ha permesso di misurare le prestazioni di un'economia; è il livello di vita degli abitanti e quello dell'occupazione ad essere determinante. E su questo punto, la strategia tedesca è ben lungi dall'essere vincente, perché conduce ad una  crescita molto debole.

A.E: Come uscire da queste strategie non cooperative?

J.P.F.: Da dove viene il problema? Non è che i governi europei siano stupidi. Non è neanche che abbiano deciso tutti di seguire le lobby delle imprese. Queste strategie non cooperative provengono dal paradosso fondamentale  che caratterizza la costruzione europea: si è costruita l'Europa per farne una grande economia, ma allo stesso tempo si è subordinata questa costruzione al blocco di tutti gli strumenti di gestione delle grandi economie. Si sono bloccati i meccanismi di bilancio per il patto di stabilità; si è attribuito alla Banca centrale europea un obiettivo unico in materia di politica monetaria; si è sacralizzata una politica di concorrenza che impedisce la messa in funzione di vere politiche industriali e si è restati nell'indeterminazione totale sulla politica di cambio. Così, dato che questi strumenti sono bloccati, non restano nelle mani dei governi nazionali altro che gli strumenti di gestione delle economie di piccola scala. Hanno fatto le loro prove. In una economia di piccola scala, la domanda estera verso i paesi è molto elastica rispetto ai prezzi. Dato che costituisce in generale più del 60% del prodotto interno lordo (PIL), una politica di competitività dei costi è molto efficace per un piccolo paese. Ma, per ragioni simmetriche, è molto poco efficace per un grande paese. La zona euro non è aperta al commercio mondiale se non per il 15% del suo PIL e la domanda non è molto elastica rispetto ai prezzi. Ecco perché la politica di competitività dei prezzi della Germania non ha condotto ad un incremento significativo della domanda mondiale verso la zona euro, ma ha fatto al contrario perdere quote di mercato in Europa agli altri grandi paesi europei, la Spagna, l'Italia e la Francia. Per di più, queste politiche di competitività dei prezzi sono contraddittorie rispetto all'obiettivo che sono supposte perseguire, poiché si produce in un contesto di forte apprezzamento dell'euro. Da qualche parte, ci si burla degli europei. Si dice loro: "Fate degli sforzi per ridurre i vostri costi in modo da diventare più dinamici", ma anche la politica più brutale di riduzione dei costi non può portare a più del 5% di abbassamento! Nello stesso tempo, l'apprezzamento del cambio porta ad un aumento del 50% dei costi europei espressi in valute straniere, dollaro e monete asiatiche. Ci si burla del mondo! È una specie di tragedia greca: a partire dal momento in cui gli strumenti di gestione della politica economica sono bloccati, i governi non hanno altra scelta che praticare politiche che aggravano la situazione dell'Europa. Il che riporta a dire che il problema europeo non è un problema economico, ma un problema politico: paghiamo il costo economico dell'assenza dell'Europa politica.

A.E.: Al di là dei problemi specifici dell'Europa, si osserva di nuovo una montata di bolle speculative e di massicci squilibri finanziari .

J.P.F.: Da dove viene questa esuberanza finanziaria? Dallo squilibrio che si è creato su scala mondiale tra risparmio ed investimenti. Le grandi imprese si liberano delle congiunture nazionali internazionalizzandosi ed i loro profitti si gonfiano velocemente. Ma non esistono, nei paesi più ricchi, sufficienti opportunità di investimento. Questi eccessi di liquidità vengono investiti nelle fusioni-acquisizioni o nell'immobiliare. Una per l'altra sono attività di stock piuttosto che di flusso: si scambia ciò che esiste già, palazzi o imprese, e il valore di ciò che esiste aumenta, ma non si creano nuove ricchezze. Le imprese hanno dal canto loro delle possibilità? Se ci si mette del punto di vista europeo, la debole crescita che conosce la zona da quindici anni scoraggia gli investimenti. La loro redditività è peraltro migliore in Asia e non lo è negli Stati Uniti perché questi non si preoccupano del loro deficit estero, vale a dire che investono molto più di quanto risparmino. Questo ci riporta alla questione degli obiettivi delle politiche economiche: se l'obiettivo europeo ridivenisse un obiettivo interno di crescita degli investimenti e dei livelli di vita, questo contribuirebbe notevolmente alla riduzione degli squilibri finanziari mondiali.

A.E.: Si osserva anche un blocco dei negoziati commerciali nella cornice dell'organizzazione mondiale del commercio (OMC). si tratta di un arretramento della regolazione dell'economia mondiale?

J.P.F.: A causa dell'emergere di superpotenze tra i paesi poveri, l'OMC non può più essere quel che è stata finora: un luogo dove i paesi ricchi impongono la libera concorrenza ai paesi del Sud. Il negoziato politico prende oramai il sopravvento sulla dottrina economica ed è nell'ordine delle cose. Ma vorrei rievocare anche un altro tema cruciale per l'avvenire, in conclusione di questo colloquio. Oggi il mondo ha dei problemi enormi di energia e di ambiente naturale. Per permettere all'attività economica di proseguire, bisognare prima di ogni altra cosa risolverli: occorre che si comprenda che è la soluzione di questi problemi che genererà la crescita di domani. Queste questioni possono essere anche un mezzo per uscire bene dal blocco della costruzione europea: bisognerebbe creare una comunità europea dell'energia, dell'ambiente naturale e della ricerca, sul modello della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ceca) che è stata difatti nel 1951 il precursore dell'unione europea.

Intervista raccolta da Guillaume Duval e Floriane Danguillaume

* Jean-Paul Fitoussi, presidente dell'osservatorio francese delle congiunture economiche (OFCE) "Lo stato dell'economia" Hors-série n° 72, 2 trimestre 2007 ^

 

 

INDICE

Cerca nel sito: