DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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Alternatives Economiques n° 256, marzo 2007

Dossier

Come uscire della crisi?

L'Europa è in crisi. Quali sono i progetti e le riforme istituzionali chi le permetterebbero di uscirne? Dibattito tra Pervenche Berès, Alain Lipietz e Jacques Le Cacheux.

Alternatives Economiques: Cinquant' anni dopo il trattato di Roma, dov'è oggi l'Europa?

Pervenche Berès: L'Europa è vittima dei suoi successi. Era stata costituita fin dall'inizio per mettere in opera delle solidarietà intorno a questioni precise, come quella del carbone e dell'acciaio con la Comunità europea del carbone e dell'acciaio (Ceca), poi dell'agricoltura con la politica agricola comune (PAC). La tappa successiva - la costituzione di un grande mercato unificato - doveva essere un mezzo per accelerare l'integrazione politica dell'Europa. Questa concatenazione non ha veramente funzionato. Che si trattasse del grande mercato o del PAC, siamo oggi di fronte alle stesse difficoltà: queste politiche sono diventate fini a se stesse. Anzitutto, il mercato europeo come esiste oggi è un mercato per ideologi da salotto: è l'unico su scala mondiale nel seno del quale non esiste nessuna vera solidarietà di bilancio, quasi nessuna regola sociale o fiscale comune, né nessuna definizione delle preferenze collettive in materia di beni pubblici…

Alain Lipietz: All'inizio della costruzione europea, c'è la riconciliazione franco-tedesca. Ero bambino, mia madre era stata nella resistenza e mio padre deportato. Bisogna fare la pace definitiva coi tedeschi? Ecco di cosa si discuteva in casa, dodici anni dopo la guerra del 39-45. I francesi hanno deciso di fare questa pace, ben oltre il mercato comune. E questo ha progredito enormemente. Al momento della guerra in Iraq, un sondaggio ha mostrato che dopo duemila anni di guerre ininterrotte, i francesi consideravano oramai che i loro migliori amici erano i tedeschi…
Ma il processo di integrazione iniziato nel 1957 non ha oltrepassato veramente la cornice iniziale dell'Europa a sei. Le ex-dittature dell'Europa del Sud hanno fato il loro tempo, ma gli inglesi non hanno mai accettato la logica di un'integrazione politica progressiva, e gli scandinavi sono restati su di una prudente aspettativa. La rimessa in discussione della divisione di Yalta, con l'entrata nell'unione europea dei dieci paesi dell'Europa centrale ed orientale il 1 maggio 2004 ha costituito la seconda grande tappa dell'unificazione del continente. Ma non accelererà l'integrazione politica… La Francia non ha fatto neanche niente affinché andasse diversamente: è stata, credo, il solo paese dell'Europa a non organizzare una festa quel giorno, mentre si contano in Francia 4 milioni di persone di origine polacca!
La riconciliazione europea intorno al nocciolo franco-tedesco ha funzionato dunque bene, ma la dinamica si è esaurita. Per il resto, ci si è coagulati nell'economico. Ora, si avrebbe bisogno dell'Europa politica. È uno dei punti sul quale gli economisti della regolazione (*) hanno lavorato molto: il mercato non aumenta il benessere ecologico e sociale se non con istituzioni appropriate. Il funzionamento dell'Europa come è codificato nei trattati di Maastricht e di Nizza consiste nell'impedire ai politici di prendere delle decisioni. Per farlo, bisogna difatti conseguire l'unanimità sulla maggior parte degli argomenti. In materia economica e sociale, questo ha un nome:laissez-faire. L'Europa di Maastricht-Nizza è dotata così della costituzione più neoliberale del mondo.
Il progetto di trattato costituzionale cominciava a rimettere in causa questo neoliberalismo, aumentando i poteri del Parlamento europeo ed allargando i casi di voto di maggioranza in Consiglio. Con la carta dei diritti fondamentali, fissava un orientamento sociale, ecologista e femminista di base, valido dall'Estonia all'Algarve. E' per questo che considero che il "No" franco-olandese ai referendum del 2005 sia stato la più grande disfatta della sinistra europea dalla guerra.

Jacques Le Cacheux: Sono d'accordo con molte delle cose che sono state già dette. Le istituzioni europee che, per l'essenziale, erano state concepite per sei o per dodici, non hanno permesso, in seguito agli allargamenti, di fare le scelte politiche necessarie affinché il mercato europeo funzionasse in un modo più soddisfacente. Non riesce oggi a fare emergere delle politiche macroeconomiche favorevoli alla crescita in Europa e nemmeno del resto delle politiche specifiche di sostegno, particolarmente nel campo della ricerca e dello sviluppo.
Il bilancio europeo è bloccato completamente: praticamente non si può toccare niente. Le parti 1 e 2 del progetto di trattato costituzionale andava nel verso giusto, da questo punto di vista, proponendo di allargare il campo delle decisioni prese a maggioranza qualificata, di semplificare la regola di maggioranza qualificata stessa e di abbassare le soglie di maggioranza qualificata, ecc. peraltro, sarebbe necessario dotare la zona euro di istituzioni specifiche. I paesi della zona hanno confidato una parte importante della loro sovranità nazionale ad una banca centrale indipendente i cui statuti sono rigorosi e difficilmente modificabili. Per potere dialogare con questa BCE, è indispensabile che questi paesi elaborino delle politiche e delle posizioni comuni, particolarmente in materia di politica di cambio. Occorre anche che possano coordinarsi in modo attivo in materia di politica di bilancio e di fiscalità per evitare lo sviluppo dentro a questa zona di politiche competitive concorrenziali, come quelle che si osservano attualmente, particolarmente da parte della Germania.

Che cosa pensate dell'idea che bisognerebbe rilanciare l'Europa intorno a grandi progetti invece di riprendere il dibattito istituzionale?

J. L. C.: Nel libro che ho appena pubblicato con Jean-Paul Fitoussi (1), proponiamo un certo numero di progetti concreti. E particolarmente la creazione di una Comunità europea dell'energia, dell'ambiente naturale e della ricerca (C3ER). Sarebbe l'equivalente all'inizio del XXI secolo di ciò che era stata la Ceca all'inizio degli anni 50. Detto ciò, non credo che sia utile opporre l'Europa dei progetti alle riforme istituzionali. Ogni volta che si sono fatti dei progressi nella costruzione europea, è stato perché si è stati capaci di avanzare su questi due fronti contemporaneamente.

P. B.: L'articolazione tra mode di governance e natura del progetto è al centro della questione europea: si è sempre progredito legando i due aspetti. Per una ragione molto semplice: l'Europa che non è un super Stato, la questione istituzionale non può essere posta in abstracto. Non ha senso che relativamente ad un progetto. All'inverso, l'Europa progredisce solamente quando ha le istituzioni che gli permettono di fare avanzare il progetto di cui si è dotata. La costruzione del grande mercato, a partire dalla fine degli anni 80, è stato accompagnato per esempio da una riforma istituzionale essenziale: la codecisione, vale a dire l'associazione del Parlamento europeo al potere di decisione che fino a quel momento riposava solamente sul Consiglio, che raggruppa i ministri che rappresentano gli Stati membri. Questo è stato vero anche col passaggio all'unione economica e monetaria: la creazione di una banca centrale indipendente ha costituito una svolta istituzionale importante.
La strategia di Lisbona, mirante a fare dell'unione la zona più competitiva del mondo nel rispetto dello sviluppo duraturo, fermatasi nel 2000, segnò l'inizio della crisi istituzionale nella quale siamo. Includeva una buona diagnosi, ma i mezzi scelti per metterla in opera, il metodo aperto di coordinamento (*), non erano adattati affatto all'ambizione del progetto. Oggi, siamo con le spalle al muro: o ci si dota di un progetto con le istituzioni adeguate, o l'Europa si arena per un tempo lungo.

A. L.: La questione istituzionale è ineludibile. Non si può introdurre regolazione sociale o ecologica, né nuove spese in materia di ricerca o di infrastrutture, in un spazio economico che resta un aggregato di poteri politici dispersi. L'esempio del New Deal (*) americano negli anni 30 ne è una buona illustrazione. Il New Deal è consistito anzitutto nel dare più di potere a livello federale, facendo sì che le leggi sociali sarebbero oramai state pressappoco le stesse in tutti gli Stati e nell'aumentare il bilancio federale delle grandi opere. Quando gli Stati federati non sono tutti di accordo per tali cambiamenti, bisogna potere decidere a maggioranza. A livello dell'Europa, finché non si passerà da una confederazione ad una federazione, vale a dire ad una Unione dove la regola di decisione è la maggioranza, ogni paese avrà la tentazione di catturare lavoro e il risparmio per mezzo del dumping fiscale, sociale o ecologico.
La strategia di Lisbona voleva fare dell'Europa la zona "più competitiva del mondo per l'economia della conoscenza", e dunque per la qualità del capitale umano, non per i bassi salari. Per ciò, esaltava "un Stato sociale attivo e dinamico". Il suo insuccesso è una perfetta illustrazione di questa regola: non si possono lanciare nuove politiche che implicano tutti i paesi se non si può forzare lo sbarramento del veto di certi paesi. C'è contraddizione assoluta tra Stati sociali attivi e dinamici e regola dell'unanimità. Il trattato costituzionale europeo era un tentativo di generalizzare progressivamente il voto a maggioranza ed è purtroppo quello che è stato respinto da cinque paesi (Francia, Paesi Bassi, e gli eurodeputati di Polonia, della Repubblica Ceca e del Regno Unito). Se non si accetta l'estensione del voto a maggioranza, l'unione europea resterà una zona di libero scambio e la corsa al dumping sociale proseguirà. Molti dicono, spesso non senza ipocrisia spesso: "nel 2005, ho votato No perché col trattato costituzionale, non c'era abbastanza Europa, perché tutto si decideva non a maggioranza e si lasciava fare ai mercati". Ma il solo risultato per ora è il mantenimento dell'Europa attuale.

P. B.: Il voto a maggioranza qualificata è una condizione necessaria ma non sufficiente, e porre la questione del voto a maggioranza qualificata senza porre la questione della natura del progetto significa andare incontro a gravi inconvenienti. Il "No" ha vinto in Francia perché i francesi non hanno avuto la sensazione che il progetto di trattato costituzionale dotasse l'unione degli strumenti di cui aveva bisogno per fare fronte alle sfide del futuro. Si chiedeva loro di mettere in una costituzione l'insieme delle politiche accumulatesi dall'inizio dell'unione, nel momento in cui hanno avuto la percezione che queste politiche non fossero più quelle in grado di permettere all'unione di rispondere alla doppia sfida energetica ed ambientalista.

Si può uscirsi della crisi attuale?

J. L. C.: Ci sono delle ragioni per essere ottimisti. Al di là delle posizioni esibite dagli uni e dagli altri, soprattutto all'epoca della riunione di Madrid il mese scorso dei 18 paesi che hanno già approvato il trattato, sia la presidenza tedesca dell'unione sia numerosi altri paesi europei hanno mostrato la ferma volontà di rilanciare il processo di integrazione e le riforme istituzionali che devono accompagnarlo. La presidenza tedesca non si fa illusioni sulla possibilità di concludere in sei mesi, soprattutto a causa della congiuntura politica francese. L'idea sarebbe quella di concludere prima delle elezioni europee del 2009. Dovrebbe essere possibile intendersi da qui ad allora insieme sull'estensione della maggioranza qualificata, su un progetto del tipo Comunità europea dell'energia, dell'ambiente naturale e della ricerca - c'è qui un campo sul quale le tendenze europee non sono affatto le stesse che sulla maggior parte degli altri argomenti - e, infine, sulla questione domanda della governance della zona euro.

A. L.: Se questo dibattito è congelato in Francia dal 2005, non significa che niente si sia mosso nei nostri vicini. Si intravede una lotta tra due vie di uscita dalla crisi. Una via di destra: una conferenza intergovernativa, dove i governi consoliderebbero a minima l'Europa intergovernativa di oggi mettendo un po' di olio negli ingranaggi. Meno unanimità al Consiglio, ma senza codecisione col Parlamento e, certamente, senza la carta dei diritti fondamentali, ed un ministro degli Affari esteri. Anche Angela Merkel e Nicolas Sarkozy soffrono duramente, difatti, di essere stati eliminati dal grande gioco mondiale, come si vede sull'Iran.
La seconda linea è quella della riunione dei 18 paesi che hanno ratificato il trattato, del Parlamento europeo e della sinistra del "Sì". si rifiutano di arretrare su nessuna delle acquisizioni del trattato costituzionale - la carta dei diritti fondamentali, il voto a maggioranza con codecisione del Parlamento europeo il più spesso possibile, il controllo degli eletti sulla politica agricola, la protezione dei servizi pubblici, l'inizio di un diritto penale europeo… - e vogliono provare ad andare oltre!
Per quel che riguarda le scadenze, c'è un'agenda a breve ed una a lungo termine. Quella a breve mira a regolare tutto di qui al 2009, con un referendum europeo accoppiato alle elezioni al Parlamento europeo del 2009. Quella a lungo termine, purtroppo più probabile, consiste nell'incaricare il Parlamento europeo eletto nel 2009 di una missione costituente. Nei due casi, l'elaborazione di questo trattato costituzionale migliorato, un piano "A+" in qualche modo, dovrà associare anche la società civile ed i parlamenti nazionali.

P. B.: I nostri partner, ed in particolare i tedeschi che presiedono attualmente l'unione, si aspettano da noi francesi una risposta rapida alla questione che hanno messo sul tavolo: siamo 18 ad avere ratificato la costituzione, che cosa proponete? Il o la futuro/a capo dello stato francese avrà delle carte vincenti in mano per rispondere a questa domanda. Abbiamo un doppio problema di governance difatti: al livello dell'unione, da una parte, e della zona euro, dall'altra. Per l'unione europea, esprimo il mio accordo totale con l'idea di un riassetto del progetto europeo intorno al trittico energia-ambiente naturale*-ricerca. È molto complicato progredire verso più integrazione europea sulle questioni che sono già, da molto, oggetto delle politiche nazionali: una europeizzazione dei regimi sociali è molto difficile da considerare, per esempio. Ma sulle politiche più nuove come queste, l'ascendente delle tradizioni nazionali dovrebbe essere più facile da superare. Ma ci si deve dare i mezzi per mettere realmente in marcia un tale progetto e non ricominciare Lisbona. Questo presuppone come minimo il riassetto del bilancio dell'unione e quello della politica della concorrenza. Con un tale progetto, si può, se si è coerenti, trascinare l'insieme delle politiche, e dunque delle istituzioni europee.
Per la zona euro, il problema da risolvere è differente. Ci sono parecchie ragioni per la scivolata della governance nella zona, ma la principale riguarda lo squilibrio tra i due pilastri: tanto l'unione monetaria è totale, tanto l'unione economica resta frammentaria. Nella nostra risposta ai nostri partner europei a proposito dell'avvenire del trattato costituzionale, dobbiamo includere assolutamente un deal sulla governance nella zona euro. Non sarà facile: la solidarietà in seno alla zona è diminuita ma, allo stesso tempo, la coscienza che le cose non possono restare nello stato i cui stanno è generale, E' il momento di progredire sul coordinamento delle politiche economiche: nel momento in cui i ministri delle Finanze definiscono i loro bilanci nazionali annui, devono mettersi d'accordo sulla diagnosi della zona, le priorità in materia di investimenti pubblici… E dobbiamo porre la questione del cambio e della gestione della politica di cambio dell'euro.
Occorre, infine, porre la questione: se si considera che in seno alla zona, la questione fiscale sarà l'ultima a potere essere risolta, non ci saranno più la zona euro. Oggi l'Irlanda, che ha beneficiato di un privilegio momentaneo legato alla sua eccentricità, consideri questo come un diritto acquisito e rifiuta di rimetterlo in discussione. Ed i prossimi paesi candidati all'entrata nell'euro sono Cipro e Malta… non si può continuare a chiudere gli occhi sull'armonizzazione fiscale. Sarà molto difficile, ma il fatto che la Germania abbia incluso negli obiettivi della sua presidenza di progredire sulla base comune della tassa sulle società è significativo. Dobbiamo porre queste questioni con determinazione, anche brutalmente, perché altrimenti è la sopravvivenza della zona euro che è in gioco. Parallelamente, bisogna progredire anche sulla questione della risorse proprie (*) dell'unione, dandogli evidentemente un orientamento ecologico.

Testo raccolto da Floriane Danguillaume e Guillaume Duval

(1) lo stato dell'unione 2007. L'Europa dei beni pubblici, éd. Fayard-Presses de Sciences Po, 2007.

* Economisti della regolazione: scuola economica francese costituita negli anni 70 intorno ai lavori, in particolare, di Michel Aglietta e Robert Boyer e che insiste sulla dimensione istituzionale e sul ruolo della regolazione pubblica nel funzionamento reale dell'economia.
* Metodo aperto di coordinamento: non potendo decidere con regole comuni, ci si accontenta di fare del benchmarking, vale a dire paragonare le prestazioni dei paesi rispetto ad una batteria di indicatori e di scambiarsi delle "buone pratiche."
* New Deal: letteralmente "nuova distribuzione". Termine forgiato da Franklin D. Roosevelt presidente degli Stati Uniti per designare la politica anticrisi condotta tra il 1933 e il 1935: sostegno dei prezzi agricoli, grandi lavori ed instaurazione di un Welfare state, (assicurazione contro la disoccupazione, sussidi di vecchiaia ed aiuti in natura per i più poveri).
* Risorsa propria: per ora il bilancio dell'unione europea è alimentato dai contributi versati dai ministeri delle Finanze degli Stati membri, prelevati dalle tasse che loro stessi prelevano. L'unione europea non ha il diritto di imporre direttamente lei stessa tasse ai cittadini, una prerogativa essenziale di ogni corpo politico.

 

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