DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





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A che cosa servono gli economisti?

Gli economisti proliferano. Nelle banche, le grandi imprese, la stampa, ecc. si sono messi più al servizio del mercato che a quello dell'interesse collettivo.

Alternatives économiques "Storia del pensiero economico" Fuori collana N. 73, 1° trimestre 2007:

Siamo nel 1768. Nella "Correspondance littéraire", un bimensile che aveva fondato una quindicina di anni prima, (e che chiuderà poco prima della Restaurazione), Friedrich Melchior Grimm, grande amico di Diderot e degli enciclopedisti, scrive: "Bisogna annoverare la congregazione dei poveri di spirito e semplici di cuore raccolti nella sagrestia del marchese di Mirabeau sotto lo stendardo del dottor François Quesnay, e sotto il titolo di Economisti politici e rurali, tra quelle numerose confraternite religiose che formano il loro dominio nell'oscurità, e che hanno già una folla di proseliti quando si comincia ad accorgersi dei loro progetti e delle loro imprese. Il vecchio Quesnay ha tutte le qualità di un capo setta. Ha fatto della sua dottrina una mescolanza di verità comuni e di visioni oscure, di luoghi comuni che nessuno ignora, ma la cui trivialità è camuffata sotto uno stile enfatico e torbido o sotto un'esagerazione stravagante ed eccessiva. (...) Gli economisti sono i pietisti della filosofia. (...) La setta degli economisti politici non farà grande fortuna a Parigi."
Grimm si è sbagliato pesantemente. Quasi due secoli e mezzo dopo, la "setta degli economisti" non è più considerata come un'accozzaglia di "poveri di spirito". Ha proliferato e sta sugli scudi a Parigi come altrove: li si qualifica di "distinti" e hanno un ruolo sociale di primo piano nel dibattito pubblico come nelle strategie d'impresa o nell'orientamento delle politiche pubbliche. Si tratta forse di una resistibile ascesa?

Il tempo dell'impotenza

L'espansione (quantitativa) degli economisti è recente. Perché il grosso delle truppe degli economisti patentati è costituito da insegnanti e da ricercatori. Ora, se la prima cattedra di insegnamento di ciò che si chiamava ancora (fortunatamente) "economia politica" fu creata al "Conservatoire national des arts et métiers" nel 1820 e fu confidata a Jean-Baptiste Say, è solo nel 1957 che apparvero le prime facoltà di scienze economiche. La disciplina economica si emancipa allora dalle discipline giuridiche nel seno delle quali era insegnata e costituiva solamente una possibile opzione. Quanto alla laurea in scienze economiche (allora di quattro anni), essa fu creata solamente nel 1959: dunque poco meno di mezzo secolo fa.

Questa lunga maturazione non ha impedito evidentemente che forti personalità marcassero la loro impronta, e fornissero i loro apporti non solo all'insegnamento e alla ricerca in economia, ma anche all'azione pubblica. Fu tuttavia soprattutto vero in seguito in Inghilterra, a causa del risplendere di John Stuart Mill, di Alfred Marshall di John Maynard Keynes le cui le analisi alimentarono largamente il dibattito pubblico. È ben vero che, al di là delle loro differenze di approccio, la caratteristica comune di questi grandi economisti fu quella di rendere conto di fatti osservati invece di cullarsi in un mondo immaginario fatto di "mani invisibili", di ottimo e di equilibrio in una concorrenza pura e perfetta.

In Francia, anche se ci furono alcune personalità eccezionali, nessuna giunse a sostenere un ruolo similare a quello dei loro omologhi britannici: Charles Gide, François Simiand o François Perroux segnarono la riflessione economica riferendosi all'osservazione dei fatti, ma la loro influenza sui principi che ci governano fu di una modestia insigne, per non dire inesistente.

Fu così almeno fino al 1950. La frattura era quasi totale tra il mondo politico e il mondo degli economisti. Per esempio, nel XIX secolo, gli economisti liberali che occupavano le piazzeforti nell'insegnamento e nella stampa (grazie particolarmente al "Journal des économistes français") non riuscirono ad ottenere il libero scambio che richiedevano a voce spiegata. Se si firmò e si mise rapidamente in atto un trattato di libero scambio (1864-1870) col Regno Unito, fu esclusivamente per ragioni politiche, con Napoleone III che voleva riavvicinarsi alla "perfida Albione" per controbilanciare il peso crescente in Europa della Prussia.

Anche i banchieri ed il padronato, che normalmente appoggiavano ben volentieri le aspre critiche degli economisti liberali riguardo agli interventi dello stato e al costo eccessivo degli stipendi, si guardarono bene dal sostenere le tirate di un Frédéric Bastiat o, più tardi, di un Paul Leroy-Beaulieu, tanto temevano che il leone britannico facesse un solo boccone del concorrente francese. Nel 1936, in tutt'altro contesto, il governo del Fronte popolare non tenne in nessun conto le grida da Cassandra di un Alfred Sauvy, che gridava al lupo a proposito delle 40 ore, o di Charles Rist e di Jacques Rueff, a proposito dell'inflazione e della convertibilità oro-franco. Solo la politica, e solo lei, era al posto di comando. Ma tutto cambia nel dopoguerra. Gli economisti, uomini influenti, accedono al potere.

Il tempo dei costruttori

Dopo il 1945, almeno in Francia, bisogna ricuperare il tempo perso. Quello di due guerre terribilmente distruttrici, di una grande crisi, ma anche di una politica - quella della Repubblica radicale e dei notabili rurali - che ha fatto di tutto per frenare l'irruzione della modernità urbana e conservare il peso di una Francia di artigiani, di piccoli commerciali e di contadini, che erano la sua base sociale. Mentre l'agricoltura occupava meno del 10% della popolazione attiva nel 1939 nel Regno Unito ed in Germania, la Francia contava ancora il 40% di contadini o di salariati agricoli.

L'arrivo al potere di una nuova generazione - nuova non solo per età, ma anche per l'origine sociale e l'orientamento politico - permetterà di passare all'atto. Essa è impregnata di una versione progressista del keynesianesimo nascente ed è molto decisa a modernizzare l'economia francese, con il forcipe se necessario. È la nascita del Piano, della contabilità nazionale, dell'Insee, tutti e tre nel 1946, poi, un po' più tardi, del Servizio di studi economici e finanziari (SEEF, che darà nascita alla Direzione della previsione nel 1965). Tramite queste istituzioni gli economisti diventano, anche se se ne schermiscono, i consiglieri del principe; sono incaricati di illuminarlo, di anticipare, di misurare gli effetti di tale o tale politica, di introdurre coerenza ed efficacia in un mercato giudicato "miope".

Gli economisti? A dire il vero, non sono molto numerosi. La maggior parte sono in realtà degli alti funzionari o degli ingegneri, spesso mescolati alla politica, perché molti sono passati dalla Resistenza: Claude Alphandéry, François Bloch-Lainé, Jean Denizet, Jean Fourastié, Claude Gruson, Etienne Hirsch, Jean Ripert, Alfred Sauvy, Jean Sérisé, Pierre Uri, André Vincent… Un po' più tardi, alcuni più giovani daranno il cambio o completeranno questi magri battaglioni di uomini che non si accontentano di misurare o di analizzare, ma che orientano le decisioni pubbliche almeno tanto quanto le illuminano: Marcel Boiteux, Pierre Massé, Edmondo Malinvaud, Michel Rocard… inoltre, l'ammodernamento delle imprese e delle grandi banche più o meno recentemente nazionalizzate serve da leva per trasformare o dinamizzare l'insieme della società.

In questo grande movimento di meningi l'università non è presente, contrariamente a ciò che avviene nello stesso momento nel Regno Unito o negli Stati Uniti: i suoi interessi non vanno oltre la teoria o la formazione delle giovani generazioni di insegnanti che avranno il compito, a partire dalla fine degli anni 60, di insegnare l'economia nei licei tecnologici, (sezioni G e F, diventate STT, poi STG), o nei licei generali, (sezione B, diventata ES), nelle classi preparatorie o nelle filiere dei tecnici superiori. Un Raymond Barre, autore di manuali universitari diventato ministro, poi Primo ministro nel 1976 per grazia di un presidente che lo presentava come "il migliore economista della Francia", è un'eccezione. Del resto, appena nominato non smetterà di ridurre il peso e l'influenza delle grandi istituzioni economiche pubbliche che erano state al cuore dei Gloriosi Trenta. È pur vero che in una società sempre più aperta all'esterno e che si misura col peso di una disoccupazione crescente, il "riduttore di incertezze" che si supponeva fosse il Piano diventava largamente inoperante, come un "keynesianesimo in un solo paese."

Il ruolo degli economisti stava declinando nello stesso momento in cui declinavano queste istituzioni che erano l'alveare che impollinava l'intera società? Niente affatto, esso si è trasformato: al servizio del mercato, nuova incarnazione della modernità, al posto di quello allo Stato e di quello che pensavano essere l'interesse collettivo.

Il tempo dell'imperialismo

Perché, oggi, gli economisti sono dovunque. Nelle banche, nelle istituzioni finanziarie, nelle grandi imprese, negli organismi sociali, nei gruppi di influenza, negli organi di stampa. Ma il loro ruolo è del tutto cambiato. La loro ambizione non è più quella di cambiare il mondo o di renderlo più giusto, è quella di accompagnare il mercato, di correggerne - marginalmente, perché il mercato è oramai il dio che si adora - gli eccessi. E, soprattutto, di dire come fare meglio con meno. I costruttori si sforzavano di concepire una società più dinamica; sognavano di renderla più giusta. Gli economisti di oggi contano i soldi ed ottimizzano. Stanno ai loro predecessori come Frederick Taylor sta a Giulio Verne. Mai la società è stata tanto ricca, ma mai gli economisti sono stati così appresso ai loro soldi e a quelli dei loro mandanti.

Certo, c'è qualche giustificazione a tutto questo: dopo tutto, se è possibile migliorare molto la situazione riducendo questa o quella spesa meno produttiva, perché non farlo? Gli economisti hanno un ruolo sociale dunque non trascurabile, che consiste nel braccare l'improduttività. Ma così facendo, giocano anche un ruolo politico, che essi non vogliono riconoscere. Basta guardare le uscite di libri scritti da economisti da alcuni mesi, evidentemente nell'intenzione di pesare nel dibattito elettorale. Si sono moltiplicati come mai prima. Tutto spiegano, da come rimettere la Francia in piedi, a cosa converrebbe fare per - alla fine - sradicare i mali di cui soffre la società.

Ma mentre i loro predecessori, traumatizzati dalla Grande Crisi, si pretendevano consiglieri del principe, dunque al servizio della politica, gli economisti contemporanei affermano di avere la soluzione. La maggioranza di essi insiste sulle responsabilità di un Stato spendaccione, di prelevamenti eccessivi, di spese sociali cancerose e del ruolo insufficiente dato ai meccanismi di mercato. La maggior parte denunciano fino all'esaurimento la troppo debole crescita, magnificano la riuscita americana e sembrano ignorare superbamente i problemi ambientali e sociali con i quali la si paga.

In un certo senso questi discorsi diventano denigrazione politica e servono a trasformare l'esperto in un "Signor so tutto io". Gli economisti non sono forse tentati dall'idea di diventare califfi al posto del califfo? Non che vogliano farsi eleggere, ma molti si candidano a tirare i fili delle marionette. C'è in questo desiderio di potere qualche cosa di profondamente malsano che riduce la società tutta intera alla sua sola dimensione economica. Come se le altre dimensioni - sociale, ambientale, culturale, sociologica, politica …- contino poco e non diventino reali che attraverso il prisma economico che le riassumerebbe tutte.

In un libro del 1986 - Verso un'economia politica allargata, éd. de Minuit - Albert Hirschman si burlava gentilmente dell'economista inglese Denis Robertson a proposito di un articolo che questi aveva pubblicato, nel 1956, sotto il titolo "What does an Economist Economize? " ("Cosa economizza un economista? "). In questo articolo, spiegava Hirschman, "Robertson affermava che toccava all'economista creare delle istituzioni e delle motivazioni tali che, per il suo buon funzionamento, la società dovesse rimettersi il meno possibile a quella cosa che battezzava "amore", scorciatoia sotto la quale intendeva designare la moralità, il civismo, ecc." Continuava: "si tratta di risorse la cui disponibilità, ben lungi dal diminuire, aumenta con l'uso, almeno fino ad un certo punto (…). Come la capacità di parlare una lingua straniera, queste risorse si atrofizzano se non le si usa con una certa regolarità. " Ma Hirschman non è stato ascoltato. Oggi gli economisti non economizzano solamente "la moralità, il civismo, ecc." ma anche la politica, la sociologia, la cultura, ecc. Probabilmente perché non si riesce a metterle in un'equazione.

Denis Clerc

Gli economisti di fronte alla realtà

Chiusi per la maggior parte nella loro torre di avorio teorica, una parte degli economisti universitari ha mostrato la tendenza ad uscirne da una quindicina di anni a questa parte, per sporcarsi le mani coi problemi della società: disoccupazione, esclusione, precarietà, indebitamento, educazione… Questo li ha avvicinati alla realtà ma, allo stesso tempo, essi hanno teso a studiare questi problemi sotto il punto di vista della loro sola specializzazione, dimenticando od occultando le altre dimensioni.

La fiscalità è così analizzata unicamente dal punto di vista della sua incidenza sulla crescita economica, non sotto quello della giustizia sociale. Le proposte di contratto di lavoro dimenticano la questione della subordinazione del salariato al suo datore di lavoro e la necessità di un arbitro esterno. La regolazione attraverso i prezzi è preferita sempre a quella per mezzi politici, ecc. Sono stati degli universitari (americani) che hanno immaginato le stock-options per eliminare i conflitti di interesse tra dirigenti ed azionisti di un'impresa. Il risultato è stato di incitare i primi agli imbrogli contabili, i secondi ad accentuare le loro esigenze di rendimento, e l'insieme del sistema a diventare più instabile e più inegualitario, a scapito dei salariati e della società tutta intera.

Questa complessità del reale dovrebbe incitare gli economisti a confrontare i loro approcci con quelle degli specialisti di altre scienze sociali. Un certo numero l'ha fatto e ha lavorato in laboratori dove sono implicati specialisti in gestione, sociologi, giuristi o politologi. Ma la certezza di detenere la chiave fondamentale della comprensione del funzionamento di una società li porta al contrario a pensare che il meccanismo dei prezzi e la concorrenza siano i componenti essenziali di ogni buona società. Perché questi conducono necessariamente ad una società efficace, dunque alla maggiore crescita possibile, dunque alla società più desiderabile possibile. È questa pretesa imperialista che pone oggi problemi. Ben oltre le appartenenze ideologiche degli economisti.

 

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