DOCUMENTAZIONE - Storia e politica italiana e internazionale





INDICE

HOME

Presidenziali USA

Presidenziali Francia 07

COREA DEL NORD

EUROPA

ITALIA - STORIA

Pensiero Economico

IRAQ

ONU

PALESTINA

IRAN

AFGHANISTAN PAKISTAN

RUSSIA E CAUCASO

RIVOLUZIONE RUSSA

MEDIO ORIENTE

GLOBALIZZAZIONE

KOSOVA

ECHELON

UZBEKISTAN

AFRICA

ATTENTATI SPAGNA

MONDO

MEDIA

 

CERCA NEL SITO

 

Linkback:

Territorio scuola

Sensagent

Leprechaun


Commons, Veblen e l'analisi del mondo degli affari

L'economia istituzionalista dominante negli Stati Uniti all'inizio del XX secolo permette di comprendere il ruolo e le strategie delle grandi imprese.

Alternatives économiques "Storia del pensiero economico" Fuori collana N. 73, 1° trimestre 2007:

L'economia evoluzionistica, più comunemente chiamata "economia istituzionalista", corrisponde ad un approccio sviluppato all'origine con i lavori degli economisti americani Thorstein Veblen, John R. Commons e Wesley Clair Mitchell. Le loro idee erano molto in voga nei primi decenni del XX secolo negli Stati Uniti. Questi economisti hanno giocato, per esempio, un ruolo importante nella prima amministrazione Roosevelt, negli anni 30, ed essi furono largamente all'origine della concezione del New Deal. La loro aura si è tuttavia velocemente sbiadita dopo la Seconda Guerra mondiale. Ci hanno lasciato degli strumenti in grado di comprendere il capitalismo contemporaneo? La risposta è netta: sì.

Il ruolo dei contratti

Ma le attività che chiamiamo "economiche" consistono in effetti in due mondi paralleli. C'è quello degli scambi concreti di merci e di servizi, generati dalla produzione, dal commercio, ecc., ma ciascuna di queste transazioni economiche si svolge anche in un mondo giuridico, quello dello scambio di diritti di proprietà. Tutti gli economisti conoscono questi due aspetti. La stragrande maggioranza di essi considera tuttavia il secondo mondo, quello della legge e delle sue istituzioni, come estraneo al loro campo di studio.

L'approccio istituzionale fa l'esatto contrario: ritiene che il mondo legale e quello delle istituzioni, quelle che Commons chiama le "regole di lavoro" della società, costituisce il cuore dell'economia. Questo modo di considerare le transazioni economiche ha condotto gli economisti evoluzionisti a privilegiare un approccio più globale all'economia di quello centrato sull'individuo della teoria economica tradizionale. Si interessa alle istituzioni collettive della società, come lo Stato o i tribunali, che costituiscono quindi i suoi campi di studio privilegiati.

Il dominio del business

Veblen e Commons sviluppano le loro idee al momento della ascesa al potere delle grandi imprese, (legate soprattutto all'estensione della ferrovia verso l'ovest), e delle grandi società finanziarie come J. P Morgan, Rockefeller, Vanderbilt, ecc. Ritengono che l'economia della loro epoca sia dominata dalle idee, le pratiche, i costumi e le istituzioni di questo mondo degli affari. Veblen parla di "società del business", business society, e Commons di "capitalismo dei banchieri."

Per Veblen, mentre le grandi imprese appaiono come i nuovi attori dominanti, le abitudini di pensiero e le leggi restano prigioniere di una versione artigianale dell'economia. Così, l'economia teorica ed il diritto considerano ancora gli imprenditori capitalisti come i padroni di gilde corporative all'antica che producono nelle fabbriche. Mentre questi "capitani di industria", come li battezzò allora Veblen, sono dei tecnici degli affari, specializzati nell'arte dell'acquisto, della vendita, dell'organizzazione e del sabotaggio dei loro concorrenti. Sono dei proprietari d'impresa assenteisti, (absentee owners), dice Veblen, perché non si li vede occuparsi quotidianamente della loro impresa. Delegano la gestione a manager, contabili, finanzieri, avvocati, ingegneri, ecc. Il loro ruolo di capitani d'industria è quello di acquistare e vendere azioni delle imprese, non per gestirli ma nell'obiettivo di realizzare velocemente un profitto finanziario.

Per comprendere questo capitalismo moderno, che si qualifica oggi come "finanziario" o "patrimoniale", dice Veblen, bisogna studiare le pratiche, le idee e le strategie di accumulo di questi uomini di affari.

Commons spinge l'analisi un po' più lontano. L'ascesa della società del business ha condotto la legge ad integrare le pratiche di questo nuovo capitalismo, spiega, in particolare nel riconoscere un nuovo tipo di diritto di proprietà. La proprietà privata, sottolinea Commons, è legata generalmente ai beni materiali. Nel corso del XIX secolo un secondo tipo di proprietà comincia ad essere riconosciuto sotto forma di crediti, di azioni, ecc. La fine del XIX secolo vede nascere un terzo e nuovo tipo di proprietà fondato sulla detenzione di attivi immateriali: i diritti di proprietà intellettuale, i marchi, il know-how, ecc.

L'immateriale nel cuore del capitalismo

Un momento chiave della creazione di questi nuovi diritti di proprietà risale alla creazione di US Steel, all'inizio degli anni 1880, racconta Commons. Sotto la pressione di Andrew Carnegie e su consiglio di J. P. Morgan, fu creata una società holding che acquistò tutti i produttori di acciaio localizzati attorno a Pittsburgh. Sulla base del valore delle sue fabbriche, le società di Carnegie vennero allora valutate 75 milioni di dollari. Ma grazie alla posizione dominante che esercitano le sue aziende su numerosi mercati, il loro valore viene alla fine stimato 300 milioni. La differenza di 225 milioni non poteva essere attribuita alla nozione economica tradizionale di proprietà materiale. I grandi finanzieri americani del posto la battezzano allora "valore immateriale."

Domanda immediata: come misurare questo valore? Perché è stata stimata a 225 milioni di dollari nel caso di Carnegie? Il valore degli attivi immateriali è interamente soggettivo nella misura in cui si basa sul valore potenziale ed anticipato dei futuri ricavi dell'impresa, così come è stimato dai mercati finanziari.

La diffusione del principio degli attivi immateriali ha trasformato completamente il modo di comprendere l'economia. il futuro determina oramai il presente, nel senso che la crescita o la perdita di valore del capitale delle imprese risulta da anticipazioni che riguardano i loro redditi futuri. Le strategie delle ditte sono orientate allora verso la massimizzazione di questi redditi futuri. Questo ha condotto delle imprese come Enron o Parmalat a sostenere delle anticipazioni positive dissimulando una parte delle loro perdite nelle filiali localizzate nei paradisi fiscali (dei quali si può comprendere lo sviluppo misurando il loro ruolo come luoghi giuridici depositari di contratti spostati nel tempo e nello spazio delle transazioni reali che rappresentano).

Dal canto loro, Microsoft o Google cercano di aumentare i loro ricavi futuri anticipati forgiando delle alleanze mondiali ed allargando i mercati dei loro prodotti standardizzati. Certe imprese hanno deciso di dare in outsourcing le loro fabbriche, le loro reti commerciali, il design del loro prodotto, ecc., per non rappresentare altro che un marchio. Il capitalismo contemporaneo non può più essere compreso senza riflettere sulle strategie di massimizzazione degli attivi immateriali per le imprese. Una constatazione ed una riflessione iniziata già un secolo fa dagli economisti istituzionalisti americani.

Ronen Paranco

La questione del capitale

La nozione di capitale gioca un ruolo considerevole nella riflessione economica, ma gli economisti non definiscono sempre precisamente cosa intendano con questo termine. Veblen aveva sulla questione un punto di vista originale: il capitale è per lui l'insieme dello scibile collettivo accumulato da una società umana, cosa che include le pratiche, lo scibile tecnico, le tecnologie di gestione, le abitudini di pensiero e le routine di comportamento.

In ogni società, spiega Veblen, dei gruppi sociali cercano di "assorbire" questo capitale collettivo per il loro profitto privato. I proprietari fondiari hanno sviluppato così i loro diritti a possedere la terra nelle società agrarie per accaparrare i benefici dello scibile collettivo della cultura dei campi.

Questa concezione, vicina a quella di Marx, ha portato spesso a considerare Veblen come un marxista. Per la verità lui e Commons hanno rigettato l'analisi del capitale proposto dai marxisti. Veblen non pensa che il ruolo importante giocato dal capitale si riferisca ad uno specifico metodo di produzione, il capitalismo. Ne ha una visione più ampia e, in questo senso, ogni società per Veblen è capitalista. Per Commons, se i marxisti hanno visto bene i cambiamenti intervenuti in seno al sistema capitalista che descrivevano, non hanno compreso che la natura stessa di questo capitalismo era cambiata dalla fine del XIX secolo, aprendo la porta all'economia di oggi

 

INDICE

Cerca nel sito: