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Capire la nuova teoria economica

Alternatives Economiques - n°75 Hors-série - maggio 2003:

In venti anni il mondo è cambiato, e la teoria economica pure. La strumentazione intellettuale - attrezzi, ipotesi e metodi - che gli economisti mettono in campo per comprendere, analizzare e valutare il funzionamento delle nostre società non sono più gli stessi. In questo settore si devono rilevare tre grandi cambiamenti, che rompono con il periodo precedente, quello degli anni 50-70.

Dalla macro alla micro

Anzitutto è cambiato l'approccio. Si è passati dalla macro alla micro. L'economista si interessava prima al funzionamento globale dei sistemi sociali. Forse perché la concorrenza tra capitalismo e socialismo era al massimo. Ma anche perché, a partire da Keynes, sembrava ovvio che non basta che gli attori individuali cerchino il loro interesse perché il sistema nell'insieme funzioni per il meglio. La crisi degli anni '30 aveva esorcizzato tutti i dottor Pangloss, il personaggio del Candido di Voltaire che ripeteva, a chi voleva intenderlo, che "tutto è per il meglio nel migliore dei mondi".

È forse il ricordo di questo periodo oscuro della nostra storia che tende ad attenuarsi? Oppure è il crollo del concorrente socialista, scomparso di colpo in un fallimento spettacolare? Oppure è per le istituzioni di gestione economica a livello nazionale che, per quanto imperfette siano, garantiscono che non si ricadrà nelle abituali conseguenze del beato "laissez faire" di uno Hoover1 di fronte ad una nuova importante crisi? O è forse la conseguenza dell'usura e delle disfunzioni degli strumenti keynesiani per stimolare la crescita in un mondo sempre più esposto ai quattro venti e dove lo Stato carbonaio conta sempre meno.

Il fatto è che gli approcci microeconomici occupano ormai la cima delle classifiche. Si tratta soprattutto di comprendere i comportamenti degli attori e le loro conseguenze a livello d'insieme. E' come se l'onnipresenza del mercato abbia eliminato ogni interrogativo sul sistema sociale complessivo ed avesse mosso al centro dell'interesse il mercato stesso.

Attori freddi e razionali calcolatori

Il vocabolario è in seguito cambiato. Si parlava prima di domanda effettiva, di divergenza inflazionistica, di crescita e di investimenti. Tutti questi termini continuano ad esistere, naturalmente, dato che la contabilità nazionale fornisce ormai stime quantitative molto più dettagliate e più affidabili delle principali grandezze economiche, mentre i raffronti internazionali di crescita o d'inflazione rivestono un'importanza sempre maggiore. Ma tutti questi elementi conducono gli analisti a porsi interrogativi sulle ragioni delle diverse prestazioni dei paesi, che attribuiscono ormai per la maggior parte al buono o al cattivo funzionamento dei loro meccanismi di mercato. Nelle pubblicazioni economiche sono presi ormai in considerazione gli incentivi, l'efficienza, la flessibilità, il costo di transazione, l'aspettativa, la disoccupazione naturale, la tassazione ottimale e mille altri termini che hanno fatto la loro comparsa tutto sommato recentemente, mentre scomparivano la preferenza per la liquidità, la depressione, l'incertezza, gli spiriti animali e tutte queste espressioni suscettibili di lasciare pensare che i soggetti economici potrebbero essere irrazionali o indecisi.

Non si tratta soltanto, né soprattutto, di cambiare parole consunte come si cambia un pneumatico. Si tratta di introdurre nuove problematiche, nuove preoccupazioni. Questo vocabolario rinnovato suggerisce che gli attori siano sempre più freddi e razionali calcolatori di quanto il modello tradizionale lo supponga a partire da Walras. Fanno di tutto per arrivare ad ottenere il massimo di soddisfazione, ma mettono questa volontà in opera in un ambiente ben diverso da quello descritto dalla tradizione. Addio, mondo dei mercati di concorrenza perfetta. Benvenuto nel mondo della concorrenza imperfetta, dei rendimenti crescenti, dei comportamenti opportunisti, dell'informazione incompleta. Questo mondo apre nuove opportunità che gli attori, come cani da caccia in un universo ostile, tentano ostinatamente di mettere a profitto. E vi giungono, ci dicono gli economisti, felici di mostrare a quale punto i loro modelli d'ottimizzazione siano corroborati da valutazioni parziali effettuate dall'uno o dall'altro.

Nel frattempo la disoccupazione esiste, la povertà resiste, l'ambiente si deteriora e l'Argentina cola a picco. Occupato a glorificare il funzionamento del mercato, l'economista di oggi ha difficoltà a prendere un po' le distanze: gli occorrerebbe ammettere che la razionalità economica ha prodotto un mondo che non è inevitabilmente il migliore. In queste condizioni, è meglio lasciare l'occhio incollato al microscopio. Così facendo, almeno, non ci si deve preoccupare dei disordini del mondo, né si viene da loro destabilizzati.

La fine dei sistemi globalizzanti

Infine, sono cambiate le scuole. Prima le cose erano relativamente semplici. C'erano i neoclassici, i keynesiani ed i marxisti. Anche se a volte riluttanti, gli economisti finivano per sistemarsi in una delle scuole, non si ha il coraggio di dire “un campo”. Bisognava adottare ipotesi, un vocabolario e dei metodi di lavoro, tutte cose che una scuola di pensiero forniva un po' come un club britannico fornisce legami tra i suoi membri: li classifica e li aiuta ad integrarsi nel gruppo. Questo non impediva lotte intestine, che potevano a volte sfociare in scomuniche e conflitti aperti, come fu particolarmente il caso tra i marxisti. Ma i punti comuni tra membri di una stessa scuola di pensiero prevalevano in gran parte sulle divergenze, le forze centripete sulle forze centrifughe, garantendo la coerenza globale di queste grandi correnti. Senza essere diventate completamente obsolete, queste classificazioni hanno perso una grande parte del loro significato. I grandi affreschi del mondo, i sistemi di pensiero globali, l'interrogazione esistenziale sul funzionamento del mondo ed il senso di ciò che facciamo? Ma è filosofia, o più esattamente sociologia (Gunnar Myrdal, il grande economista svedese nel 1974, spesso qualificato come sociologo dai suoi pari, diceva che non utilizzavano "quest'espressione come un'adulazione"), ma certamente non economia, pensano oggi gli economisti, tutti occupati a concepire modelli e quindi a provarli. Quello che conta è che sia "robusto", in altri termini che il modello funzioni. Che sia d'ispirazione keynesiana, neoclassica, monetarista, neokeynesiana o neo-istituzionalista, che importanza ha? Di una lavatrice non ci si chiede quale sia la marca, ma se lava bene.

Utilitaristi, gli economisti d'oggi sono pronti a tutti i meticciati: prendere in prestito un cacciavite nella cassetta porta-utensili del vicino keynesiano o del vicino monetarista, poco importa, purché il cacciavite sia efficace. L'economista contemporaneo, pragmatico, è pronto a mangiare a tutte le mense (eccetto che a quella di Marx, perché, comunque, si tiene alla rispettabilità: c'è un limite a tutto). Ecco dunque delle ibridazioni curiose, a volte incongrue. Così, in economia del lavoro, dei neokeynesiani, che privilegiano la spiegazione di una disoccupazione di natura involontaria, riprendono le teorie del Job Search di Armen Alchian, che ne fa il risultato di una decisione cosciente e razionale. Per la teoria economica contemporanea è come per il maiale: non si butta niente.

Si potrebbe essere così tentati di andare fino alle estreme conseguenze di questa logica e qualificare questi nuovi approcci come "porcherie". Non è il punto di vista qui adottato. Se da una parte non abbiamo voluto gettare uno sguardo compiacente, riconosciamo dall'altra anche a questi nuovi approcci alcuni meriti: la preoccupazione di avvicinarsi al mondo reale, tenendo conto di alcuni ostacoli che impediscono al mercato di funzionare al massimo. Che la pretesa di questa "corrente dominante" di volere spiegare la totalità del mondo per mezzo dei suoi soli strumenti d'analisi sia insopportabile, che i più coraggiosi dei suoi membri non siano arrivati ad ammettere l'incertezza radicale del futuro e l'irrazionalità di una parte dei comportamenti sociali, tutto ciò corrobora l'idea che è indispensabile che la voce della eterodossia non sia né soffocata, né dimenticata. Ma, allo stesso tempo, gli economisti della "corrente dominante" contribuiscono in gran parte a costruire l'ideologia contemporanea, ad influenzare i nostri modi di vedere e pensare. Ecco perché vale la pena di prenderli seriamente e comprendere ciò che ci dicono.

Denis Clerc

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(1) Presidente degli Stati Uniti dal 1928 al 1932, il cui slogan "la prosperità dietro l'angolo" ha certamente molto contribuito alla vittoria (di misura) di Franklin Roosevelt, mentre il paese si dibatteva nella più profonda depressione, con un tasso di disoccupazione vicino al 30% durante l'inverno del 1932. [^]

Ben detto

 ALBERT HIRSCHMAN: "Il nemico principale è l'ortodossia; ripetere sempre la medesima ricetta, la stessa terapia, per risolvere ogni tipo di male; non ammettere la complessità, volere a tutti i costi ridurla; mentre effettivamente le cose sono sempre un po' più complicate."

JOHN KENNETH GALBRAITH: "la maggior parte delle persone, con l'esistenza modesta che conduce, si fa un'idea esagerata delle capacità intellettuali dei personaggi che vivono in associazione intima con grandi somme di denaro."

GUNNAR MYRDAL: "La nozione d'armonia degli interessi è una predilezione fondamentale della teoria economica. È certamente un'idea che conforta quelli che hanno estratto un numero vincente nella lotteria della vita."

WINSTON CHURCHILL: "Se prendete due economisti, avrete due pareri diversi. A meno che uno di loro non sia lord Keynes. In questo caso, avrete tre pareri diversi."

JOHN MAYNARD KEYNES: "preferisco avere vagamente ragione che completamente torto."

BENJAMIN DISRAELI: "Ci sono tre tipi di menzogne: le bugie, le bugie colossali e le statistiche."

GEORGE STIGLER: "La matematica non ha simboli per le idee confuse."

RONALD COASE: "Se torturate i dati abbastanza a lungo, la natura finirà per confessare."

ANONIMO: "Gli economisti hanno previsto nove delle ultime cinque recessioni."

 

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